La Rai costretta a risarcire un’abbonata
Castelnovo Monti: l’operaia si era vista bloccare l’auto per 8 mesi pur avendo pagato il canone, anche se in ritardo
CASTELNOVO MONTI. Si dimentica nel 2007, involontariamente, di pagare il canone Rai, ma poi sistema la faccenda, versando anche la maggiorazione (189,60 euro complessivi). Siamo alla fine di novembre di cinque anni fa: caso chiuso?
Neanche per idea. E per l’operaia castelnovese Lucia Fontana (che lavora in un’azienda ceramica) sarà un vero e proprio shock quello che l’attende. Infatti sette mesi dopo aver regolato la posizione con la tv di Stato, l’operaia riceve la comunicazione di Equitalia che le blocca l’auto (una Volkswagen Polo). In sostanza la Rai, essendosi rivolta alla società incaricata dell’attività di riscossione dei tributi, ha innescato il meccanismo burocratico di recupero-crediti (ovviamente focalizzato su quel bollettino non pagato nel 2007, ma “sanato” con il sollecito onorato nel 2009). E quel fermo amministrativo della macchina avrà conseguenze non piccole per la Fontana che per andare a lavorare sarà costretta a chiedere passaggi (fa oltretutto i turni di notte, quindi non è nemmeno facile trovare chi può darle uno strappo) e ha bisogno di essere accompagnata anche per le commissioni o incombenze più semplici. E questa situazione durerà per quasi otto mesi... Inutilmente lei e pure un conoscente si recano nella sede di Equitalia a Reggio per far capire che il canone 2007 non è più un problema, è stato saldato con le dovute maggiorazioni. Una situazione intollerabile e l’operaia decide di far causa ad Equitalia, rivolgendosi agli avvocati Valter Azzolini e Noris Bucchi. Fra l’altro il “martellamento” non era finito nemmeno dopo il pagamento del sollecito, perché nel novembre 2010 riceveva ancora un altro invito a regolarizzare quel canone Rai arretrato. Solo a fine gennaio 2011 l’auto viene “liberata”, l’azione per il risarcimento-danni è più che lanciata. Una causa che il giudice di pace Domenico Rosati ritiene più che fondata. A partire dal fatto che Equitalia non ha inviato – come rimarcato dagli avvocati dell’operaia – il “preavviso di fermo”, cioè l’atto con cui si preannuncia al debitore il fermo del veicolo, a meno che non adempia al pagamento entro 20 giorni dalla notifica.
Il giudice, nella sentenza, rimarca come, a fronte del pagamento, Equitalia non abbia provveduto in tempi rapidi a liberare l’auto. Usa parole anche forti: “L’assurdità della vicenda – scrive il magistrato onorario – e, primariamente, la limitazione della libertà di utilizzo del veicolo a danno dell’operaia, quindi, rientra a pieno titolo fra le figure di risarcimento del danno”. Poi la “bacchettata” più diretta ad Equitalia: “ Il pensiero va, per un attimo, alle note vicende legate alle “cartelle pazze” o alle intimazioni e conseguenti provvedimenti per il mancato versamento di qualche centesimo di euro nelle casse di Equitalia. Certo – si legge – qualche “disservizio” ci può essere stato, ma qui il rapporto non è avvenuto fra computer, c’è stato un evidente intervento “umano”. E’ mai possibile che neanche un colloquio con un responsabile di Equitalia possa risolvere un problema tanto evidente quanto chiaro?”.
Il giudice Rosati ha condannato Equitalia a risarcire l’operaia per 5mila euro (la sentenza è esecutiva). «Siamo soddisfatti – dicono i legali Azzolini e Bucchi – è stata accolta la nostra tesi». La sentenza può essere impugnata, ma c’è da vedere se l’ente di riscossione effettivamente lo farà.
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