Il pm: «L’ergastolo a Fontanesi»
Mette in fila gli indizi e contesta le perizie sull’arma dell’ex vigile: «E’ quella che sparò»
«Al di là di ogni ragionevole dubbio si può dire che Pietro Fontanesi ha ucciso il dottor Carlo Rombaldi». Siamo alla fine della lunga, articolata, intensa requisitoria del pm Maria Rita Pantani che ieri ha chiesto l’ergastolo per l’ex vigile urbano 70enne, ritenendo che l’8 maggio 1992 ammazzò il medico per futili motivi, inoltre il magistrato non ritiene che siano concedibili le attenuanti generiche perché secondo l’accusa l’imputato ha cercato di depistare le indagini. In Corte d’assise Fontanesi non ha sentito granché di questa requisitoria tesa a demolirlo: si è alzato più volte per uscire dall’aula, è apparso molto provato fin dal suo arrivo al palazzo di giustizia, è comunque “scortato” dai familiari che non l’abbandonano un attimo. Non sono momenti facili neppure per Aura Chierici: la vedova non ce la fa a rimanere in udienza quando viene proiettata la foto del cadavere di suo marito.
Il pm Pantani ricava il movente del delitto da quanto l’ispettore Stefano Caroni ricorda del colloquio che ebbe, pochi giorni dopo l’omicidio, con il collega Fontanesi, vicino di casa del medico ucciso. Parole che lo sorpresero: «Rombaldi era una persona arrogante – disse Fontanesi – nelle ore serali e notturne non aveva rispetto dei condomini in quanto entrava ad una certa velocità per portarsi verso i garages, sgasando con l’auto, lasciando la macchina accesa mentre apriva il portellone e nel chiuderlo lo sbatteva». Per l’accusa è quanto accadde quella tragica notte «ed è una scena che può descrivere solo l’assassino». Sulla base delle testimonianze e delle indagini inizia l’elenco delle contraddizioni in cui è caduto l’ex vigile, la sottolineatura di una persona instabile, depressa, talmente facile agli eccessi d’ira che proprio nel 1992 venne trasferita ad un incarico non a contatto col pubblico. Ed ancora il pm Pantani non crede che Fontanesi non si fosse accorto di nulla quella notte (come sostiene) visto l’andirivieni di volanti, 118, la Scientifica che illumina a giorno la zona dei garage di via Filzi. Mette in evidenza le titubanze sulla Smith&Wesson calibro 38 special (è il tipo di arma che quella notte sparò) che nel ’92 possedeva ma inizialmente dice di non averla, parla degli escamotages usati dall’ex vigile con la questura per capire se si stava indagando sul suo conto. Per l’accusa c’è chi sa chi è l’assassino ma è stato reticente in aula: i vicini di casa Fausto Boretti ed Antonella Agolini, ma anche Patrizia Fontanesi (figlia dell’imputato): per tutti ha chiesto l’invio degli atti in procura. Infine l’attacco alle perizie. «A distanza di oltre vent’anni, non sono casuali i gruppi di microstrie sui proiettili: ci dicono che l’arma di Fontanesi è quella del delitto, come ha ben evidenziato la Scientifica».
Nel tardo pomeriggio sono iniziate le arringhe delle due parti civili (ha iniziato l’avvocato Enrico Della Capanna), mentre questa mattina sarà la volta degli avvocati difensori Giancarlo e Giovanni Tarquini. Dopo le repliche, la Corte entrerà in camera di consiglio per la sentenza.
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