Gazzetta di Reggio

Reggio

«Noi, cresciuti nel mito di Berlinguer»

di Chiara Cabassa
«Noi, cresciuti nel mito di Berlinguer»

I giovani militanti di sinistra lo considerano un punto di riferimento ma accusano «chi strumentalizza la sua figura»

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Tra il milione di persone che nel settembre del 1983 seguì il suo comizio al Campovolo, in occasione della festa nazionale dell’Unità, loro non c’erano. Perché Enrico Berlinguer, di cui domani ricorre il trentennale della morte, è stato il segretario di un partito, il Pci, che gli attuali giovani militanti della sinistra non hanno mai conosciuto. Se non attraverso i film, i documentari, i libri, gli articoli di giornali ma soprattutto grazie agli occhi emozionati di chi ha parlato loro di Berlinguer. Oggi un mito, e a quanto pare non solo per la sinistra. Ma cosa rappresenta Enrico Berlinguer per tanti giovani esponenti della sinistra reggiana che a quel comizio non hanno partecipato semplicemente perché non erano ancora nati?

«Nel 1983 al Campovolo - conferma il nuovo che avanza (nel Pd) Dario De Lucia - anche la sera del comizio di Berlinguer a prestare servizio alla Festa dell’Unità c’era mio padre... Io sono nato cinque anni dopo. E lo stesso vale per tanti miei coetanei i cui genitori militavano o erano vicini all’allora Pc. Berlinguer lo abbiamo conosciuto prima di tutto in famiglia». Ma cosa rappresenta Berlinguer per De Lucia? «Ho sempre apprezzato di Berlinguer il suo essere forte come leader politico ma anche tenero in quanto persona. Penso sia stato anche l’ultimo dirigente di partito capace di convogliare così tante persone verso uno stesso obiettivo. Noi - ammette De Lucia - siamo cresciuti nel mito di Berlinguer e personalmente mi sono visto e letto tutto quello è stato girato e scritto su di lui. Fino all’ultimo film di Veltroni che, purtroppo, non parla di Berlinguer ma di come Veltroni avrebbe voluto Berlinguer». Un mito, quello di Berlinguer, che finisce per diventare trasversale ai partiti... «E non è giusto - puntualizza De Lucia - Berlinguer andava a Mosca a discutere alla pari. E’ stato lui il primo a parlare di eurocomunismo ed è stato sempre lui a tentare il vero compromesso storico. Le sue erano scelte troppo avanti per quei tempi, e per questo è stato apprezzato in ritardo. Ma oggi a sbandierare il suo nome sono anche quelle persone lontane anni luce da un’idea di compromesso storico». Ma per Dario De Lucia, Berlinguer è un eroe senza macchia? «Premesso che insieme a Gramsci resta uno dei miei punti di riferimento, nessuna macchia ma un unico errore: la scelta della classe dirigente a cui ha lasciato il posto. Parlo di Fassino, Veltroni, D’Alema... che sono ancora lì».

Un altro giovanissimo del Pd è Lanfranco De Franco che mal sopporta «una strumentalizzazione della figura di Berlinguer che finisce per snaturarlo». «Ho un grandissimo rispetto - spiega - per un carisma, uno spessore e una solidità morale che oggi mancano. Così com’è vero che “quella” sinistra è morta dopo Berlinguer. Ma mi dà fastidio che persino i grillini facciano affermazioni “nel nome di Berlinguer” quando, non dimentichiamolo, al leader del Pci si deve il tentativo di realizzare il compromesso storico. Che significa anche il rifiuto della politica del 51%... Quello dei grillini è un utilizzo ideologicamente e culturalmente sbagliato dell’eredità di Berlinguer».

Il sindaco di Reggio, Luca Vecchi, è un po’ più “grandicello” e, quando morì Berlinguer, c’era. E ricorda. «Avevo 12 anni e ho ben impresso nella mente quello che accadde a Masone, dove abitavo, la sera in cui morì: decine e decine di persone si misero in fila davanti all’allora sezione del Pci per lasciare la loro firma. Così come ho impresse nella mente le immagini dei funerali seguiti in Tv. Aldilà del giudizio politico, aldilà dei successi e dei fallimenti, resta la testimonianza di un impegno, quello di Berlinguer, vissuto con rigore e serietà senza mai perdere di vista il bene del Paese. Berlinguer, con questa sua figura esile e apparentemente fragile, in realtà è stato un uomo di Stato fermo e capace di tenere la schiena dritta in un momento difficile contraddistinto dalla lotta al terrorismo. Le sue parole corrispondevano sempre e in maniera trasparente ai fatti. Uno spessore morale di cui oggi si sente la mancanza».

Dai giovani del Pd a quelli di Sel. «Per chi come me aveva 3 anni nel 1984 - a parlare è Matteo Sassi - la storia e la figura di Enrico Berlinguer, nel racconto di coloro che vissero quella fase storica, hanno rappresentato un esempio, un riferimento indiscusso in quanto a rigore morale. Poche figure, come quella di Berlinguer, evocano un riconoscimento storico così unanime e austero. Ciò che mi ha sempre colpito nella testimonianza di parenti, amici e compagni, è proprio l'unanimità di questo giudizio che ha trasformato Berlinguer, ai miei occhi, da capo di un partito a padre della Repubblica e custode della democrazia». Accanto alla denuncia della questione morale, cosa ricordare di Berlinguer? «Innanzitutto il compromesso storico con una parte della Dc, compromesso finalizzato alla difesa delle istituzioni democratiche. Il secondo contributo fondamentale riguarda la ricerca di un equilibrio imprescindibile tra la libertà dell'individuo e la giustizia sociale. In un tempo in cui la corruzione dilaga, dove qualcuno vorrebbe stravolgere la Costituzione e con essa le istituzioni democratiche, in cui l'intolleranza xenofoba e omofoba si diffonde, faremmo bene a considerare il pensiero di Berlinguer non un cimelio ma un programma fondamentale per il futuro della democrazia».

Lucia Lusenti, giovanissima esponente di Sel, alle recenti amministrative è stata superata (in quanto a preferenze) solo da Matteo Sassi. «Enrico Berlinguer - racconta - è morto un mese prima della mia nascita. Di lui, in casa mia, hanno sempre parlato tutti, e credo siano state più o meno le ultime volte in cui ho sentito pronunciare le parole "è una persona seria" riferite ad un politico. Ho riguardato le sue interviste, i suoi comizi e ho sempre pensato che era l'uomo che avrei voluto seguire. Dalle sue parole traspariva una fedeltà fortissima agli ideali ma non tanto da renderlo monolitico nelle posizioni. Sapeva fare, e voleva fare, il meglio per il suo paese. E' una di quelle personalità che mancano al giorno d'oggi». Oggi però sono in tanti a proclamarsi eredi di Berlimguer... «Quando - conferma Lusenti - in questi ultimi mesi, ho sentito che i grillini si autoproclamavano eredi di Berlinguer ho pensato che stessero dimostrando di non avere idea di quel che dicevano. Vorrei che mi spiegassero in che modo si sentono vicini all'uomo del Pci, all'uomo del compromesso storico, all'uomo che, per l'appunto, è capace di cambiare idea, di maturare... Io, tra loro e Berlinguer, non vedo alcuna parentela».

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