LA SENTENZA Assolto Fontanesi, non uccise Rombaldi
Dopo la lettura in Assise, lo sfogo dell’ex vigile urbano: «Non sono un mostro, ho vissuto tre anni d’inferno»
REGGIO EMILIA.
Pietro Fontanesi non uccise, 22 anni fa, il chirurgo 41enne Carlo Rombaldi. L’ha deciso ieri nel tardo pomeriggio, dopo tre ore scarse di camera di consiglio, la Corte d’assise, assolvendo con formula piena (“il fatto non sussiste”) l’ex vigile, riservandogli solo una piccola condanna a 9 mesi di reclusione (ma con pena sospesa) per il caricatore trovatogli in casa. Fontanesi non ha ascoltato la lettura della sentenza, non se l’è sentita. Attende fuori dal tribunale, in auto, notizie dalla figlia Patrizia che subito l’avverte sul telefonino, poi corre da lui. In un abbraccio struggente la fine di un incubo.
«E’ stata una sofferenza – dice il 70enne, attorniato dai cronisti – tre anni d’inferno, tacciato di essere un mostro». Piange l’ex vigile, un familiare lo fa salire in macchina e lo porta via. La figlia Patrizia è felice di tradire la forte emozione: «Finalmente ho sentito in aula quello che doveva essere detto tanto tempo fa. Mio padre non c’entra con l’omicidio. Quello che abbiamo passato? Si può ben immaginare». Lapidario ma efficace l’avvocato difensore Giancarlo Tarquini, una vita da pm, ora nei panni da legale: «Sono soddisfatto, la Corte d’assise ha capito tutto, è una Corte illuminata che fa giustizia».
Ha al suo fianco il figlio Giovanni, codifensore: «Sentenza giusta, ma avevamo fiducia che finisse così, del resto le perizie balistiche parlavano chiaro». Dopo la sentenza il pm Maria Rita Pantani (che aveva chiesto l’ergastolo) ha lasciato subito l’aula, accompagnata dal procuratore Giorgio Grandinetti e dagli investigatori della Mobile.
Ma per la procura è solo un primo “round” perso, farà appello perché la dottoressa Pantani rimane convinta della colpevolezza di Fontanesi.
In aula non è presente la vedova Aura Chierici e nemmeno i due figli, c’è invece il fratello della vittima – Mario Rombaldi – che se ne va con un eloquente «meglio non commentare, un’altra volta...».
Per le parti civili parlano comunque i due legali. «In mancanza di una perizia balistica favorevole – dice l’avvocato Enrico Della Capanna – pensavamo che fossero sufficienti gli elementi indiziari proposti, ma non è stato così». «Al di là della perizia balistica – aggiunge l’avvocato Gianni Franzoni – è giusto, in memoria della vittima, essere andati fino alla sentenza». In mattinata la difesa ha tuonato contro l’ergastolo chiesto per l’ex vigile («Condannare un innocente sarebbe un altro lutto»), per poi andare al nocciolo della questione: «Le due perizie volute dalla Corte hanno concordemente affermato che non c’è corrispondenza fra l’arma di Fontanesi e i proiettili»
In precedenza i due legali di parte civile avevano insistito su un concetto: «Siccome la prova scientifica non ha risolto del tutto la questione, non bisogna che ci condizioni, anche perché il processo è fatto di valutazioni e logiche». Poi l’affondo: «Fontanesi dice di aver visto un lampeggiante dopo il delitto, ma di non essere sceso a vedere, lui, un vigile. La ragione è che lui quella sera non era in casa... Quella tragica notte Fontanesi è costretto di nuovo a lasciare la figlia dall’ex moglie, poi va a casa, si ritrova nella sua realtà grigia che non lo soddisfa. Non riesce a dormire, scende, inizia a girare intorno ai palazzi di via Fabio Filzi con il suo revolver e l’arrivo di Rombaldi gli dà l’occasione per l’omicidio». La Corte non la pensa così.
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