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Assolto Fontanesi: «Ora devo tornare nel mondo dei viventi»

di Chiara Cabassa
Assolto Fontanesi: «Ora devo tornare nel mondo dei viventi»

Così l’ex vigile dopo l’assoluzione emessa da tribunale relativa all’omicidio di Carlo Rombaldi, suo vicino di casa. L’avvocato Tarquini: «La Procura ammetta di avere sbagliato»

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REGGIO EMILIA

Il giorno dopo, Pietro Fontanesi ha gli occhi rossi, poca voglia di parlare, ma sa perfettamente cosa vuole dire. Il giorno dopo il verdetto della Corte d’Assise che lo ha assolto con formula piena per non aver commesso il fatto (l’omicidio del dottor Carlo Rombaldi, 22 anni fa) l’ex vigile urbano Pietro Fontanesi è telegrafico. «Ho solo una cosa importante da dire - spiega seduto accanto alla figlia Patrizia nello studio degli avvocati difensori Giancarlo e Giovanni Tarquini - . Ho ripreso fiducia nella giustizia, quella fiducia che è vacillata in questi ultimi tre anni. Ce l’ho fatta grazie alla fede, a mia figlia e ai mie due angeli custodi, mi hanno salvato dalla distruzione» dice volgendo lo sguardo ai suoi avvocati. E ancora: «Come mi sento? Devo rientrare nel mondo dei viventi». Fin qui Pietro Fontanesi, evidentemente provato ma altrettanto tangibilmente soddisfatto. Saluta, ed esce per raggiungere la nipotina. Restano la figlia e gli avvocati, i suoi angeli custodi. Che si definiscono «custodi sì, ma della giustizia».

«Sono sceso in campo in questo procedimento - esordisce l’avvocato Giancarlo Tarquini - con lo stesso spirito con il quale ho sempre trattato le questioni giudiziarie nei panni di Procuratore della Repubblica. Mi ha fatto piangere mio figlio quando, in aula, ha parlato di una cultura del pm diversa. Arrivare alla sera dopo avere fatto assolvere un innocente è come arrivare a sera dopo avere fatto condannare un colpevole». Due le finalità che si proponeva l’avvocato Tarquini scendendo in campo: «Innanzitutto ottenere il risultato che non fosse condannato un innocente, un errore tragico da evitare. Ma anche evitare che la Procura, che era la “mia” Procura, non commettesse l’errore di condannare un innocente. Quando ieri (martedì ndr) ho iniziato a parlare, mi sono sentito lo strumento di un’affermazione di giustizia e come tale ho cercato di cogliere i punti cardinali del processo». Premette che non intendere ripetere l’arringa, Tarquini, ma ribadisce alcune peculiarità del processo. «Un processo totalmente senza prove, non c’è un solo indizio che porti all’imputato. L’accusa, purtroppo seguita dalla parte civile, è arrivata a inventare un incontro, quello tra Fontanesi e Rombaldi, di cui non esistono prove. Per ben due volte - entra nello specifico l’avvocato Tarquini - ho chiesto alla pm Pantani di pentirsi, di ravvedersi. E’ inconcepibile che si sostenga l’accusa con un tale accanimento anche perché se sbagliare è umano, perseverare è diabolico».

Così come l’avvocato Tarquini non approva il comportamento del Tribunale del Riesame: «Hanno definito Fontanesi “giustiziere”, ma come fa un giudice a parlare così? Un giudice non ha le competenze di uno psicologo, e neppure di uno psichiatra: a fare certe affermazioni deve essere un perito. Ma una perizia psichiatrica non è mai stata chiesta». «Io voglio bene alla Procura reggiana - aggiunge Tarquini - e mi dispiace che sia accaduto tutto ciò. Hanno già detto che faranno appello ma mi chiedo che senso ha. In tanti anni hanno seguito sempre la stessa pista, nessun’altra è stata tentata, e hanno continuato a credere nella colpevolezza di un innocente. Solo l’intervento della Procura generale potrebbe cambiare le carte in tavola...». E conclude Tarquini: «Nella stessa aula in cui mi trovavo ieri mi sono trovato a chiedere come pm cinque ergastoli. E quando chiedi un ergastolo ti tremano le gambe, perché sai di chiedere una condanna pesantissima. E’ per questo che chiedo ancora una volta alla Procura di ammettere di avere sbagliato».

Pietro Fontanesi è uscito dallo studio, ma la figlia Patrizia è rimasta. Così come è sempre rimasta accanto al padre. Mai un dubbio. Mai un cedimento. «Sono stati anni duri - spiega Patrizia - ma abbiamo sempre avuto fiducia nella giustizia, anche nei momenti più bui. E’ stato difficile sentire dipingere mio padre come un assassino, come un giustiziere,ma in fondo è sempre stato come se parlassero di un’altra persona. Perché dell’innocenza di mio padre non ho mai dubitato».

Al tempo del delitto, Patrizia aveva 18 anni. Una notizia di cronaca nera. Come tante. Fino al giorno in cui, vent’anni dopo, Patrizia arriva a casa dal padre ma non lo trova. E una telefonata segna l’inizio di un calvario infinito. Al quale solo martedì la Corte d’Asisse ha messo fine. Per ora.

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