Gazzetta di Reggio

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Da Londra a Berlino respirando musica

di Chiara Cabassa
Da Londra a Berlino respirando musica

Il reggiano Matteo Tagliavini, 33 anni, vive ormai da sette anni in Germania «E finalmente ho coronato il mio sogno: ho un’etichetta e promuovo artisti»

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REGGIO. Potremmo essere qui a parlare di scavi ed epigrafi. E invece ci stiamo piacevolmente perdendo tra techno e hip hop, house e new wave con qualche infiltrazione di post-punk. Sì perché Matteo Tagliavini, 33enne reggiano di stanza a Berlino dove produce musica e promuove artisti con un’etichetta (la Marmo Records) che fa della sperimentazione la sua cifra, prima di essere stato fulminato dal sacro fuoco (per la musica) era stato contagiato da una passione smisurata per la storia e, in particolare, per l’archeologia. Due mondi, un filo conduttore. Il desiderio di andare oltre. La necessità di sperimentare. La voglia di mettersi in gioco.

Matteo, a quando risale il colpo di fulmine per la musica?

«Frequentavo il liceo linguistico e, oltre all’amore per i viaggi, coltivavo il desiderio di avvicinarmi all’archeologia. Merito di mio padre, appassionato di storia. Poi ci fu un incontro fondamentale per quello che sarebbe stato il mio futuro... E’ per me doloroso ricordare questa persona perché sto parlando di Enrico Fontanelli (il musicista degli Offlaga Disco Pax portato via da una malattia nell’aprile scorso ndr) ma è a lui che devo tutto. Ho conosciuto Enrico al liceo e a farci incontrare è stata la musica. O meglio, a poco a poco mi ha aperto un mondo che, l’ho capito da subito, volevo fosse anche il mio mondo. Enrico mi ha fatto ascoltare tantissima musica, a partire dai Nirvana e da un insolito grunge-rock. Ma non solo. E’ stata una vera scuola per me: ho scoperto i Beatles poi i Pink Floyd e tutto il filone della musica elettronica inglese. Ma soprattutto, quello che mi ha trasmesso Enrico, è stato un modo di vivere la musica».

E poi accade che non basta più ascoltare musica...

«Non a caso mi sono iscritto a Economia, all’Università di Bologna, con l’obiettivo di applicare il management in campo musicale. A fare la differenza è stata la decisione di trasferirmi per un semestre a Londra. E alla London Metropolitan mi sono laureato in Music and Media Management. Durante gli studi ho anche lavoricchiato, soprattutto in giro per pub, fino a quando Enrico, sì sempre lui, mi ha segnalato la presenza a Londra di un personaggio leggendario, Andrew Weatherall. E grazie a lui sono stato messo in contatto con un negozio musicale londinese cult, il Bi-Wire, dove ho svolto uno stage. Facevo un po’ di tutto, dalle spedizioni agli ordini, ma soprattutto ho iniziato a comprare dischi, rigorosamente in vinile, scoprendo l’electro di Detroit piuttosto che la techno e l’house. E ho iniziato a mixare: ancora oggi, una volta al mese mi regalo la soddisfazione di fare il dj in un club di Berlino con l’obiettivo di sperimentare».

Tra Londra e Berlino, una parentesi reggiana...

«Avevo iniziato da Londra a lavorare per lo Iod, agenzia di booking che per anni ha affiancato il club reggiano Maffia e ne ha curato la programmazione. Poi dallo Iod ho avuto un’offerta di lavoro che ho accettato e mi ha portato a Reggio. Avevo 25 anni è per la prima volta mi trovavo a fare ciò che volevo: la musica era diventata la mia professione».

Perché allora dopo un anno e mezzo ha ripreso l’aereo ed è volato a Berlino?

«Era finita una fase. Desideravo fare nuove esperienze e Berlino è un mix di culture e ti offre stimoli impensabili in altre realtà. Era l’estate del 2007 quando ho iniziato a lavorare per l’agenzia Clique: per quattro anni ho organizzato concerti di artisti della scena house e techno. Poi ho sentito la necessità di creare qualcosa di mio e, grazie all’aiuto di un amico di Reggio, Giordano Devincenzi, è nato Marmo Music poi Marmo Records. Imprescindibile da Tru West».

Partiamo da Marmo Music. Come nasce? E perché Marmo?

«Nasce come agenzia di booking nel giugno 2012 per poi diventare un’etichetta. Una sera d’ottobre organizzammo una session nello studio di Mass Pprod a Tempelhof. Portammo il clarinettista Raffaele Amenta e alcuni dischi... estrapolammo campioni e via di jamming session, microfoni aperti, effetti speciali. Questo è Tru West, un progetto aperto. Quanto all’idea del nome Marmo rispecchia un concetto di eleganza senza tempo, musica che può manifestarsi in forme diverse in quanto il marmo si presenta in vari colori e molteplici venature. Marmo Music riflette un suono che echeggia nel passato ma immagina il futuro».

E con Marmo sono arrivati i primi dischi... Un successo.

«Abbiamo esordito nel luglio scorso con il remix “The Dowc Part 1” dove l’acronimo sta per “Decline Of Western Civilization”: pubblicato in vinile e in copie limitate, è andato sold out. Il titolo ha a che fare con il fallimento di un modello socio-culturale ma anche con un futuro difficile da decifrare. A novembre è poi arrivata la seconda parte. La caratteristica di entrambe le uscite è l’interazione tra house, techno, hip-hop, dub. Il punto d’incontro è la cultura elettronica. Chi fa mercato con la musica oggi, lo fa ripetendo uno standard, noi facciamo l’opposto. Questo ci differenzia dalla musica commerciale. Che pure ha una sua ragione d’esistere».

Da qui al vinile il passo è breve. Il Cd è da buttare?

«Mai dire mai. Resta il fatto che il vinile è il format ottimale per rappresentare la nostra estetica. I solchi di un vinile sono in grado di sprigionare l’energia della materia, ciò che nel suono è volutamente sporco, le frequenze più basse. Un Cd non potrà mai offrire la stessa esperienza sensoriale».

A proposito di mai dire mai... Vale anche per un eventuale ritorno a Reggio?

«A Berlino sono fisso da sei anni e mezzo e penso di restarci a lungo. E’ l’ambiente ideale per quello che ho intenzione di fare. Reggio è una città statica, povera di stimoli. E non dipende solo dalle sue dimensioni. Un esempio? Reggio ha un ateneo ma non ha niente della città universitaria. A livello di relazioni interpersonali non c’è paragone: a Berlino il confronto e il dialogo con persone portatrici delle culture più diverse è quotidiano. Non voglio dire che a Berlino tutto è possibile. Ma un giovane che ha qualcosa da proporre, e dimostra di farlo con serietà ed impegno, a Berlino può farcela».