Gazzetta di Reggio

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«Dalla lotta delle “Reggiane” è nata la potenza della città»

di Andrea Mastrangelo
«Dalla lotta delle “Reggiane” è nata la potenza della città»

Augusto Campari, partigiano, operaio e giornalista, protagonista quei giorni con il giornale di fabbrica «Molti fra i lavoratori licenziati si misero in proprio creando delle aziende e diventando industriali»

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REGGIO EMILIA. Parlare con Augusto Campari è un po’ come sfogliare il libro della storia di Reggio dalla guerra a oggi. Operaio e partigiano, mise la propria voglia di fare al servizio della politica e della lotta di classe, costruendo quell’esperienza unica che furono i giornali di fabbrica, per poi essere traghettato a Roma dove ebbe modo di lavorare con i leader del Pci.

La sua vicenda personale è anche la storia dell’epopea delle Officine Reggiane, che con la loro lotta nel 1950 posero le basi per lo sviluppo economico di Reggio. Tutto questo Campari lo ha raccontato in un libro, “Il tornio e la penna”, arrivato alla seconda edizione.

Campari, la sua è una storia esemplare. Con la quinta elementare, è arrivato nei piani alti dei giornali e nel consiglio di amministrazione degli ospedali. Quindi, un vero reggiano. Qual è la parte più esaltante della sua lunga carriera politica?

. «Sono stati gli anni che ho passato alle Reggiane. Sono diventato giornalista incontrando due persone al posto giusto nel momento giusto: Loris Malaguzzi, che dirigeva la redazione reggiana del “Progresso d’Italia”, e Giuseppe Soncini. Il primo l’ho conosciuto portandogli un articolo che avevo fatto per il giornale murale in risposta a una predica del prete, che nel giorno di San Giuseppe si era scagliato contro mezzadri e operai perché chiedevano condizioni di vita migliori. Addirittura quel prete prendeva in giro gli operai perché pretendevano di comprarsi la Lambretta. Fu così che scrissi l’articolo dal titolo “San Giuseppe in Lambretta”. Soncini poi fu quello con cui feci in fabbrica “La voce operaia”. Malaguzzi mi promosse sul campo giornalista e mi diede la prima tessera – che ancora ho nel portafogli – nominandomi corrispondente da Bagnolo e dalla Vezzola».

Nel 1950 alle Reggiane scoppiò la protesta contro la volontà di smantellare la fabbrica. Ma perché si voleva chiudere? Chi voleva far finire la storia delle Reggiane?

«Le Reggiane erano in parte dello Stato e in parte di un privato. Era lo Stato che voleva disfarsene dopo le acquisizioni all’epoca del fascismo. Nacque il Comitato di gestione che presentò un programma non di smantellamento ma di ripresa, con tanto di progetti. Il più famoso era quello del trattore adatto alla nostra agricoltura. Lo chiamammo R60. Ma volevamo produrre anche locomotive, vagoni e i mulini moderni. Ce ne era abbastanza per dare lavoro a tutti i cinquemila dipendenti».

Questo vostro progetto non andò a buon fine. Chi si oppose?

«Il nostro rivale era il governo. Nel 1945 si era presentato in fabbrica un interlocutore nuovo. Era un ingegnere che si chiamava Vischi e che diceva di avere a disposizione le somme necessarie a far continuare il lavoro, e diceva anche di avere già pronti alcuni progetti interessanti. Per noi si apriva una speranza, ma accadde l’irreparabile. Persone che non sono mai state identificate con precisione, rapirono Vischi e lo uccisero. Nessuno ha mai pagato per quel delitto. A pagare furono solo i dipendenti delle Reggiane, perché per colpa di quell’omicidio il governo si irrigidì e non volle mai nessuna trattativa».

Quando cominciò l’occupazione della fabbrica?

«Si iniziò fra il ’49 e il ’50. Prima la direzione mandò 600 operai ai corsi di riqualificazione, poi chiese il licenziamento per duemila e così scattò l’occupazione quando i quadri dirigenti avevano già abbandonato lo stabilimento».

In assenza di capi, chi dirigeva il lavoro?

«Nacque un Consiglio di gestione, formato da operai e impiegati. Il capo era Dugoni, che poi diventò sindaco di Cadelbosco».

Ma in una situazione tanto difficile, come era possibile mantenere la disciplina?

«Gli operai erano perfetti, entravano in fabbrica e andavano alla postazione di lavoro. In particolare si lavorava per realizzare il trattore. Per gli impiegati la situazione era un po’ diversa, perché per loro il lavoro era praticamente sparito».

Quanto tempo è durata l’occupazione?

«Sette od otto mesi, ma la lotta era iniziata molto prima».

Come è stato possibile, in tempi difficili, resistere così a lungo senza stipendio?

«In fabbrica gli operai hanno tenuto viva la mensa. I contadini regalavano tanta merce. Facemmo il pranzo di Natale del ’50 con le famiglie in fabbrica. I contadini reggiani regalarono tanti tacchini che facemmo arrosto. Arrivò anche una gallina con un cartello al collo che diceva “Per gli operai delle Reggiane”. In quella condizione tremenda, ci fu il modo di festeggiare».

Ci saranno stati sicuramente alti e bassi durante quei mesi. Quale fu il momento più esaltante?

«Fu quando nella notte venne messo in moto il trattore R60 e tutto il quartiere operaio si alzò e venne in fabbrica per vederlo. Si dovettero mettere della guardie ai cancelli per evitare che entrasse anche qualche malintenzionato».

E il momento più duro?

«Capitò quando ero già partito per Roma, dove andai a occuparmi dei giornali di fabbrica per conto del Pci. Nel 1951 i dipendenti delle Reggiane erano stremati. Alla fine si accettò la proposta di un certo numero di licenziamenti. Avvenne tutto con serenità, senza recriminazioni nei confronti di nessuno, tanto meno verso i partiti e i sindacati».

Che fine fecero tutti quei licenziati?

«Da una disgrazia venne una fortuna. Molti partirono per la Svizzera dove andarono a fare i tornitori. Ma tanti altri restarono a Reggio e si misero in proprio grazie alle abilità acquisite alle Reggiane. Diventarono artigiani, poi addirittura industriali. La grandezza economica di Reggio la si deve anche a questi ex operai delle Reggiane».

Sulla scorta della sua grande esperienza giornalistica nelle Reggiane, il Pci la chiamò a Milano e a Roma a seguire la partita dei giornali di fabbrica. Questo però le costò grossi sacrifici sul piano famigliare, visto che lei aveva due figlie piccole. Ne valeva la pena?

«Sono sicuro di sì. A Milano e a Roma ho vissuto momenti importanti, mi è stata affidata la responsabilità dell’apertura dei giornali di fabbrica proprio sulla base di quello che si era visto a Reggio Emilia. Devo dire, voltandomi indietro, che le mie figlie sono cresciute in modo splendido: una è psicologa e l’altra è grafica pubblicitaria».

Quale fu il suo primo approccio con una realtà tanto diversa dalla sua Bagnolo quale era la Roma del Pci anni 50?

«Arrivai alle Botteghe Oscure vestito nel mio abito migliore, che era poi anche l’unico che avevo. Sembravo un fagotto. Il primo dirigente che vidi fu Pajetta, che mi squadrò da capo a piedi e mi chiese: “Sei tu quello che ha scritto tutti quegli articoli sul giornale di fabbrica?” Sì, risposi, sono proprio io. Allora Pajetta, che incuteva anche un po’ di timore, senza tanti giri di parole mi spiegò quale sarebbe stata la mia vita negli anni successivi. “La segreteria ha deciso che tu girerai l’Italia per aprire altri giornali di fabbrica. Prepara una lista di aziende e vai”. Da quel giorno avrò frequentato almeno 50 fabbriche, da Torino a Milano a Genova, arrivando anche nei cantieri di Palermo. Attraverso i giornali di fabbrica si fecero le ossa tanti operai e impiegati che poi diventarono giornalisti famosi. Mi basta ricordare Accornero, che fu professore di sociologia alla Sapienza di Roma senza essere laureato, presentando i libri che aveva scritto su questa esperienza».

Non sarà stata tutta rose e fiori.

«No di certo, ho avuto anche momenti difficili che però sono stati superati con soddisfazione. Cito solo un esempio. Nel 1953 scrissi una lettera personale a Ingrao, che allora era il diretto dell’Unità. Lamentavo il fatto che il giornale del Pci non si facesse portavoce della vita e della lotta degli operai italiani. Ripeto, era una lettera personale. Me la ritrovai pubblicata in terza pagina come articolo di fondo. Solo molti anni più tardi capii che la lettera fu pubblicata perché rispecchiava perfettamente le idee di Ingrao, in contrasto con la linea del partito».

Lei si trovò a vivere alle Botteghe Oscure un periodo di transizione, dal vecchio al nuovo partito. Come fu coinvolto in questo processo?

«Conobbi in quel periodo alcuni giovani dirigenti che rappresentavano il futuro. Uno di questi si chiamava Giorgio Napolitano. E’ vero, era un’epoca non facile. Cambiò la classe dirigente del Partito, non più quella che usciva dalla guerra ma una nuova classe di giovani aperti al futuro. Il momento clou fu nel ’54 con un discorso di Togliatti che per la prima volta parlò di via italiana al socialismo, osteggiato dai vecchi dirigenti, Secchia e compagnia. Reggio fu l’ultima federazione ad adeguarsi. Venni io con Berlinguer a organizzare il congresso nel ’59. Riuscimmo a far prevalere le idee nuove anche se oggi devo dire che a fronte di una grande federazione Reggio non ha mai avuto grandi dirigenti».

Le Reggiane adesso sono un cumulo di macerie, escluso il capannone rilevato dal Comune per costruire il Polo tecnologico. Le capita mai di passarci davanti? Mai un rimpianto?

«Guardavo sempre con curiosità il reparto dove lavoravo, che era davanti alla fonderia. Quando ci passavo in treno per Milano o Roma lo osservavo come fosse una casa che avevo lasciato. Adesso non c’è più niente da guardare. Da anni è stata abbattuta anche la torre dell’acquedotto, quella sulla quale tenni un discorso che contribuì a evitare un disastro».

Di quale disastro sta parlando?

«Era il 1948, Togliatti venne ferito in un attentato. Alle Reggiane un certo numero di ex partigiani portò all’interno delle armi che avevano custodito. Volevano uscire e dare l’assalto alla questura. Noi del partito intervenimmo per evitare che accadesse. Chiamai Miari, che come nome di battaglia da partigiano aveva Garibaldi, e gli dissi: dobbiamo fermarli, perché altrimenti viene una carneficina. “Hai ragione, ci penso io”, mi rispose lui. Chiamò tutti quegli uomini armati e li chiuse dentro un vagone ferroviario perché non facessero danni. Poi spedì me sulla cima della torre perché tenessi un discorso per calmare gli animi. Siccome dalla torre mi sentivano anche i poliziotti, dissi loro di stare tranquilli, anche loro erano figli di operai, come noi. E da noi non avevano nulla da temere. Quel giorno non fu sparso sangue».

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