Gioiello industriale d’Italia
La parabola delle Reggiane, fra tecnologia d’avanguardia e tanto sangue sparso
Le officine meccaniche Reggiane nacquero a Santa Croce nel 1901 anche se la loro denominazione più nota risale al 1904. La loro storia segue pari pari la vicenda di buona parte dell’industria italiana, iniziando dalla produzione di vagoni ferroviari, prima merci poi passeggeri.
Proprio come accadde in molte altre aziende del paese, i periodi bellici coincisero con la massima espansione delle Reggiane, fra le prime fabbriche italiane a dedicarsi al settore aeronautico. La specializzazione arrivò a un livello tale che nel corso della Seconda guerra mondiale le Reggiane rappresentarono il punto di eccellenza dell’industria militare nazionale, sfornando aerei all’avanguardia, con prototipi che, se fossero entrati in produzione, avrebbero potuto giocare un ruolo importante nella battaglia dei cieli.
Proprio per l’importanza strategica che rivestivano nel proseguimento della guerra, le Reggiane vennero devastate da un bombardamento a tappeto il 7 e 8 gennaio 1944. Le bombe inglesi e americane fecero strage in città.
Non fu quello l’unico episodio tragico che coinvolse la grande azienda. Il 28 luglio 1943, pochi giorni dopo la caduta del regime di Mussolini, gli operai organizzarono uno sciopero per chiedere la fine della guerra. Il governo Badoglio aveva dato disposizione rigide circa il divieto di qualsiasi manifestazione pacifista, ma gli operai uscirono lo stesso dai cancelli dando vita all’agitazione. La repressione ad opera di un distaccamento di bersaglieri fece nove morti. Sotto i colpi di fucile cadde anche un’operaia incinta.
Il 31 agosto del 1945 a morire fu il direttore dello stabilimento, l’ingegner Arnaldo Vischi, che venne rapito e assassinato da un gruppo di partigiani comunisti ex dipendenti delle Reggiane.
Il secondo dopoguerra vide le Reggiane attraversare una fase di profonda crisi, con la decisione governativa di smantellare completamente l’azienda che contava migliaia di dipendenti. Ne nacque la più lunga occupazione di uno stabilimento nella storia del movimento operaio e sindacale d’Italia.
Fra il 1950 e il 1951 la grande maggioranza degli operai andò ugualmente al lavoro contribuendo alla realizzazione dei progetti in corso senza percepire alcuno stipendio. In particolare si lavorò alla costruzione di un trattore chiamato R60.
Reggio si mobilitò portando aiuti materiali alle famiglie degli operai che non avrebbero mai potuto resistere senza soldi in frangenti difficili come quelli. L’occupazione si concluse pacificamente (risolvendosi in sostanza in una sconfitta) con una sfilata per le vie di Reggio l’8 ottobre 1951 dietro il trattore R60. Le Reggiane vennero rifondate con la riassunzione di soli 700 operai.
In seguito gli obiettivi produttivi delle Reggiane furono individuati di nuovo nel settore ferroviario con la costruzione di locomotive (si ricorda in particolare il famoso E444, la “Tartaruga”) e di impianti per zuccherifici, per poi diventare di nuovo leader internazionale con la progettazione e costruzione di enormi gru portuali.
Attualmente uno dei vecchi capannoni è diventato Polo tecnologico del Comune, gli altri sono in abbandono.
