La madre di Salvatore in condizioni disperate
Tutto il paese piange la morte del bambino di 5 anni travolto sulle strisce e spera che i medici dell’ospedale di Reggio possano salvare la mamma
RUBIERA (Reggio Emilia)
Lotta tra la vita e la morte Sandra Bonacini, 42 anni, in un letto del reparto di Rianimazione dell’ospedale Santa Maria Nuova di Reggio. La mamma di Rubiera, rimasta gravemente ferita nell’incidente di mercoledì sera in via Togliatti non sa, ancora non può sapere che il suo piccolo Salvatore, 5 anni appena, non c’è più. Ucciso dall’auto che ha travolto lei e i suoi figli mentre attraversavano la strada. Il quadro clinico della donna è molto grave. I medici non si sbilanciano. Bisogna attendere. L’unica buona notizia nel tragico bilancio dell’incidente riguarda Chiara, la figlia più grande di Sandra, anche lei travolta dalla Ford Fiesta guidata da una 26enne di Scandiano. La ragazza, 21 anni, se l’è cavata solo con qualche contusione. Ma le è toccata la sorte più terribile: quella di vedere morire davanti ai suoi occhi il fratellino e, ora, di temere per la vita della madre.
L’INCIDENTE. Sono le 21.30 circa di mercoledì sera quando la tragedia irrompe. Sandra e i suoi figli sono usciti di casa da poco. Sono in via Togliatti, nella primissima periferia di Rubiera: svoltando alla destra del cinema Emiro, alla rotonda della via Emilia, si apre uno dei tanti quartieri dove palazzi, prefabbricati trasformati in ristoranti e capannoni si mescolano e si intersecano tra di loro, pretendendo che le strade che li attraversano si adeguino alle esigenze dell’uno e dell’altro spazio. La donna, casalinga, vive assieme al marito Giuseppe Amato, disoccupato, e ai loro due figli Chiara e Salvatore in un appartamento di via Marconi 15. Hanno percorso poche centinaia di metri con in braccio alcune borse cariche di bottiglie vuote. Vanno alla fontana, installata proprio accanto alla nuova caserma dei carabinieri, per riempirle. Ripetendo quel rituale che, da qualche anno a questa parte, da quando è stata installata, è diventato comune a tante famiglie: un’occasione di incontro, con gli altri abitanti del quartiere, e di risparmio anche, per le fragili possibilità economiche di molte famiglie.
Tutto dura pochi minuti. Quelli necessari per attendere il proprio turno, aprire i rubinetti, appoggiare le bottiglie sotto il flusso d’acqua e riavvitare i tappi. Poi, mamma e figli si incamminano per tornare a casa. Ma fanno in tempo a muovere solo pochi passi. Mentre solcano le strisce pedonali una Ford Fiesta, con alla guida una giovane cameriera di 26 anni di origine albanese residente a Scandiano, li travolge. L’impatto è violentissimo. Il parabrezza si sfonda. La carrozzeria del cofano si piega. Salvatore e la madre vengono centrati in pieno, caricati sulla parte anteriore della vettura e infine lanciati lontano, sull’asfalto. Anche Chiara viene colpita: forse solo con lo specchietto sinistro dell’utilitaria, che si spacca.
La donna alla guida a fatica riesce a tenere la vettura. Dopo l’impatto procede per qualche metro a zigzag – raccontano i testimoni – fino a quando riesce a fermarsi, dopo l’incrocio con via Mozart, quasi davanti al ristorante Giusto spirito. La notte limpida e senza vento di Rubiera viene squarciata dalle grida dell’investitrice. Urla disperate. Di chi non ha capito, o forse ha paura di comprendere quello che è appena successo. Scende dall’auto. Chiede aiuto. Dietro di lei restano a terra due sagome: quelle del piccolo Salvatore e della mamma. Chiara invece è ancora in piedi. Si guarda intorno. Fa in tempo a fare qualche passo, poi sviene sull’erba a lato della strada.
I SOCCORSI. Tutto si ferma in via Togliatti: le auto, le persone, il vociare di una notte d’estate appena iniziata, il banchettare sui tavoli del vicino ristorante. Ma è questione di pochi, brevissimi istanti. Poi, le persone intorno, gli automobilisti che stavano procedendo lungo via Togliatti corrono verso i feriti. Tutti hanno sentito il botto. Tutti hanno capito da quel suono sordo, indimenticabile, che è successo qualcosa di gravissimo. «Aiuto, ci sono tre persone a terra investite. Una di loro è solo un bambino…» gridano al cellulare dopo aver composto il numero del 118. Non c’è bisogno di chiamare i carabinieri. La caserma è proprio lì, davanti al luogo della tragedia. I militari hanno sentito. Il maresciallo Mastroianni è tra i primi ad accorrere. Salvatore è fermo sull’asfalto. A diversi metri dal punto dell’investimento. Respira ancora quando si avvicinano a lui. Il suo cuore batte. Ma la speranza dura poco. Quando arrivano i soccorritori e tentano le prime manovre di rianimazione ci vuole poco, purtroppo, per capire che per lui non c’è niente da fare. Muore lì. Sotto gli occhi attoniti di chi, suo malgrado, si è trovato davanti la straziante scena dell’incidente.
LA MAMMA. Sandra Bonacini è poco lontana. Anche lei è a terra. Anche lei non si muove. Ma è viva. E il personale inviato dal 118 lavora lunghi e interminabili minuti per cercare di stabilizzare una situazione grave, molto grave. L’ambulanza, con i lampeggianti accesi, resta ferma molto tempo. Fino a che le condizioni della donna lo consentono e i medici la caricano sul mezzo, per dirigersi al pronto soccorso dell’ospedale di Reggio. Altri soccorritori, intanto, si occupano di Chiara. Che si è ripresa, ha capito quello che è successo. A farle male sono le gambe, a farle male è quello che è successo alla madre e al fratellino.
L’ARRIVO DEL PADRE. La notizia ci mette poco, pochissimo a fare il giro del paese. Sandra e i suoi figli sono volti noti. Tutti sono abituati a incontrarli. A scambiare con loro un saluto e una battuta. Lei, piccolina, per mano ai suoi ragazzi è un’immagine impressa negli occhi di tanti rubieresi che frequentano la zona. Qualcuno che conosce meglio la famiglia corre ad avvertire Giuseppe Amato, il padre. Peppino, come lo chiamano tutti. Quando l’uomo arriva ha il terrore negli occhi. La disperazione nei gesti. Ma il telo bianco che gli si para davanti, la piccola sagoma che si intravede sotto, non hanno bisogno purtroppo di parole e di spiegazioni. «E’ la mia vita, è la mia vita», grida. E’ Chiara a spiegargli tutto, a raccontargli quello che è successo, con il cuore in gola, le lacrime, il tremore delle mani. Parla della passeggiata con la madre, di quell’auto arrivata d’improvviso, delle bottiglie colme scaraventate a metri di distanza l’una dall’altra, dell’acqua che intanto bagnava tutto l’asfalto. E poi di Salvatore gettato via dalla forza dell’auto, della madre colpita a sua volta.
LA DISPERAZIONE DELLA ZIA. Padre e figlia vengono allontanati da quella scena tragica, accompagnati con l’ambulanza in ospedale. Mentre i carabinieri di Rubiera tracciano sull’asfalto segni e misurano distanze, è una zia del padre ad accorrere. Da Cadelbosco Sopra ha saputo della tragedia. Le hanno già detto del bambino. Ma non ci vuole credere. Non vuole credere a quello che il terribile fermo immagine dell’incidente narra senza nascondere i particolari. «Maresciallo, mi dica del bambino. Me lo dica. Lo voglio sapere…» urla. Nell’ultima disperata speranza che la voce che gli è arrivata per telefono non sia vera, che ci sia uno sbaglio. Invece, il maresciallo Mastroianni non può che confermare, purtroppo, i contorni di una tragedia che lì, in mezzo alla strada, è ancora visibile in tutti i suoi dettagli, con il telo bianco a coprire il piccolo Salvatore. Le bottiglie sparse. Le ciabatte e le scarpe degli investiti schizzate da una parte all’altra. La donna allora batte i pugni sull’auto. Scoppia in singhiozzi, inconsolabile.
UNA FOLLA ATTONITA. In via Togliatti, intanto, è accorsa tutta Rubiera. Volti tirati e increduli. Spettatori muti e mesti di uno spettacolo che nessuno avrebbe voluto vedere. Testimoni del dolore e della tragedia. Anche il neo sindaco Emanuele Cavallaro accorre. Poco più tardi, lo stesso parroco. L’incrocio è blindato dalle auto dei carabinieri con i lampeggianti accesi. Tre le ambulanze, due le automediche. Ci sono anche gli agenti della Municipale. Non si passa più.
Ma tutto si è già irrimediabilmente consumato. L’automobilista è sotto shock. Si sente male. Viene identificata e accompagnata all’ospedale anche lei, per essere sottoposta ai test di rito che chiariranno le sue condizioni alla guida. Per ricevere, a sua volta, un supporto psicologico. Sui volti di molti, gli occhi sono lucidi. «L’ho visto appena ieri Salvatore – racconta un conoscente della famiglia – era davanti al bar, gli abbiamo dato un tè. Erano sempre insieme loro tre: la mamma, il bambino e la figlia. Sempre insieme». Lo sguardo poi si sposta sulla strada, a cercare un colpevole. C’è chi punta il dito sulla velocità. Chi a quella strada. «Guardi che segnali, guardi che scarsa illuminazione…». Un lampione si spegne e si riaccende, senza un’apparente ragione. Proprio dove giace il povero corpicino di Salvatore, accanto al quale qualcuno in un gesto di amore e di pietà appoggia dei fiori. Ma anche su questo ci sarà tempo per interrogarsi.
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