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Le alchimie di Alfonso Borghi in mostra a palazzo Medici

di Martina Riccò
Le alchimie di Alfonso Borghi in mostra a palazzo Medici

Le recenti opere del maestro saranno esposte a Firenze dal 5 al 31 agosto Si tratta di 14 quadri e 4 sculture che si inseriscono nel filone dell’arte informale

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REGGIO EMILIA. Continua a girare l’Italia, Alfonso Borghi, permettendo alle sue opere informali di raggiungere la pancia, e la testa, delle persone.

Dopo il grande successo della mostra personale di Genova – ospitata al museoteatro della Commenda di Prè – le 18 opere del maestro reggiano saranno infatti trasferite a palazzo Medici Riccardi di Firenze, dove resteranno dal 5 al 31 agosto.

Si tratta di 14 quadri e 4 sculture (due in bronzo e due in raku), realizzate dall’artista in questi ultimi anni. La mostra si intitola “Alchimie della realta”, e il motivo di tale scelta è presto spiegato. Non ci sono figure, non ci sono contorni. Guardando le tele dipinte, non si trovano neppure un baricentro o delle linee-forza che attirino lo sguardo e lo accompagnino alla ricerca dei punti più significative dell’opera. L’occhio vaga, da un angolo all’altro del quadro, perlustrando la superficie su cui il colore sembra accalcarsi in maniera casuale. Ma è solo apparenza, perché è proprio attraverso quelle materiche macchie di colore che la realtà invade la tela e la conquista.

Ci sono punti in cui il rosso si raggruma e il nero viene addirittura inciso con violenza, come se il pittore stesse impugnando uno scalpello e stesse dando forma a un’immagine semplicemente svestendola di ciò che è superfluo (“Tramonto a San Leo”, 2014).

Ce ne sono altri in cui il colore è usato come intonaco e il legno, la corda e la stoffa vi vengono attaccati sopra, ma in modo affatto netto, come se la materia galleggiasse tra i flussi e riflussi di onde schiumose (“La Luce”, 2014).

Ma il fruitore, invece di perdersi in questo mare di luce e ombra, dove non esistono figure ma solo la forma informe della materia, dopo una prima sensazione di spaesamento ritrova presto la strada della comprensione. Sono i titoli, infatti, a dare spesso l’input necessario per chiudere il cerchio e, dalla suggestione della pancia, arrivare alla razionalità della mente. Come non ripensare ai Canti Orfici di Dino Campana, di fronte a “La nube si fermò nei cieli”? Tutto, sulla tela, sembra infatti richiamarsi a quella vecchia città, «rossa di mura e turrita», «arsa su la pianura sterminata nell’Agosto torrido». E come la scrittura errabonda di Campana delineava sulla carta imprecise figure dai contorni vibranti e mescolava, con abilità innata, il ritmo della musica ai colori delle immagini, così Alfonso Borghi, con queste sue opere, riesce a superare la lacerazione delle arti, gettando ponti invisibili – ma assolutamente percorribili, grazie a un po’ di impegno e passione – tra realtà e irrealtà, tra pittura e scultura, tra colore e materia. È questa, in fondo, la sua alchimia.

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