Delitto in Polonia La famiglia di Fermo "ripudia" i suoi tre figli
"E’ giusto che i bambini restino in Polonia. Sono polacchi e sono stati affidati alla nonna materna com’è giusto che sia. Non abbiamo nessun interesse e nessuna intenzione di farci carico di loro" - LEGGI LA CRONACA -
FERMO, UN UOMO IN FUGA - FOTOGALLERY La felicità prima del dramma -La scena del delitto
SCANDIANO. «E’ giusto che i bambini restino in Polonia. Sono polacchi e sono stati affidati alla nonna materna com’è giusto che sia. Non abbiamo nessun interesse e nessuna intenzione di farci carico di questa ulteriore bega». Il cognato di Fermo Manzotti, diventato il portavoce ufficiale di una famiglia barricata nel silenzio, usa toni stridenti. Parole che fanno male. Affermazioni da brividi.

Sì, perché “l’ulteriore bega” è rappresentata da quegli stessi bambini rimasti quindici giorni fa senza la mamma, sgozzata dal padre proprio davanti a uno di loro. Bambini vittime all’ennesima potenza. Uccisi prima dalla perdita violenta della madre. E ora dal gelo familiare che non accenna a sciogliersi, neppure di fronte alla drammatica immagine di tre bambini di 2, 4 e 8 anni senza mamma, con un papà in galera, e un’infanzia drammaticamente segnata.
Eppure, quando il portavoce di una famiglia assolutamente arroccata nella propria presunta verità pronuncia queste parole, lo fa con disarmante freddezza. Quasi non riuscisse o non volesse analizzare la tragedia da un punto di vista altro rispetto a certezze pesanti come macigni. Come se non esistesse un prima e un dopo. Come se quei tre piccini non fossero innanzitutto nipoti. Come se neppure la morte fosse in grado di mettere un punto e a capo. Come se non ci fosse alternativa.

«Non vedo - prosegue perentorio il cognato - perché i bambini dovrebbero tornare in Italia. Non c’è un solo motivo perché si vada in questo senso».
No, in effetti. Se non fosse che la famiglia di Fermo esiste ed è viva e vegeta anche se un po’ frammentata: l’anziana madre, due sorelle, uno zio, qualche cugino, e naturalmente il cognato. Che aggiunge: «Non esiste che mia sorella si prenda cura dei figli di Fermo. Da anni non esisteva alcun rapporto tra mia moglie e suo fratello. E lo stesso vale per tutti gli altri parenti. E la colpa non è certo nostra».
Oggi possiamo dire che Fermo è un omicida... Ma prima della tragedia, perché tanto rancore? Forse perché ha sposato quella che era la badante del padre? Forse perché prima della fuga ha lasciato in eredità nient’altro che debiti? Questo si dice... «Guardi - prosegue imperterrito il cognato - che è stato lui a mettersi contro di noi con i suoi comportamenti scorretti, non il contrario. Noi sappiamo, lo abbiamo sempre saputo, che Fermo era malato e doveva assumere continuamente psicofarmaci. Poi ha smesso e si è allontanato da noi, non voleva ascoltarci. Ha tentato anche di suicidarsi e guardi adesso cos’è accaduto. Mia sorella è distrutta da questo tam tam mediatico, è offesa dal fatto che tutti parlino di Fermo come di una persona sana, uno come tanti, ma così non era. Il fatto è che un uomo come Fermo non doveva avviare una convivenza, non doveva sposarsi, non doveva soprattutto avere dei figli. Noi lo sapevamo che non sarebbe mai riuscire a gestire una famiglia. E’ sempre stato un bambino bisognoso di aiuto. Ma lui non ci ha mai ascoltato».
Come dire, il quadro è completo. Ma certamente non nitido. Una dolente zona d’ombra annebbia qualsiasi certezza e cancella la più solida delle convinzioni. Da quella zona d’ombra nemmeno le lacrime riescono a liberarsi. Da quella zona d’ombra i sorrisi di un tempo non arrivano più. Da quella zona d’ombra i giochi al parco con mamma e papà sono già un ricordo cancellato. Tre bambini, uniti dalla forza inconsapevole della disperazione e dell’amore, prima o poi sapranno. Che si uccide non solo con la lama di un coltello.
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