«Area Mediopadana? Ok al confronto»
L’assessore regionale alle Attività produttive, Luciano Vecchi, sulla proposta di Severi: «Bisogna superare i campanilismi»
REGGIO. «Area Mediopadana? Ci si può ragionare. È assolutamente legittimo e necessario discutere come riorganizzare realtà diverse dalla città metropolitana. Non si può restare ancorati ad ottiche campanilistiche». È da poco entrato nella giunta regionale, al posto di Giancarlo Muzzarelli, eletto sindaco a Modena. E, nella sua agenda, subito le sfide dell’Expo, del rilancio di un’economia in crisi e della ricerca di una strategia per fronteggiare i mutevoli scenari istituzionali. Tra tutti, lo svuotamento delle Province.
Per Luciano Vecchi, neoassessore regionale alle Attività produttive, la strada è quella dell’aggregazione: un percorso tortuoso, indicato anche dal neopresidente di Unindustria Reggio, Mauro Severi, come la strada maestra, sulla quale tuttavia ci sono ancora incognite, perplessità, cautele. Anche per la “creazione” di un’area Mediopadana che, nel segno della stazione Av, vedrebbe Reggio al centro di un sistema economico e infrastrutturale con l’ambizione di trainare l’intero Paese sulla base delle eccellenze territoriali: dal food district al biomedicale, fino alla meccatronica, al tessile, alla meccanica.
«L’aggregazione consente di fare massa critica – afferma Vecchi – Reggio, Modena, Parma, Piacenza: mettendosi insieme hanno un peso specifico diverso».
Assessore, la proposta parte da Reggio: un’area Mediopadana come futuro dell’Emilia. È una strada percorribile?
«Non c’è dubbio che siamo all'interno di una fase di riassetto sia istituzionale che di altre forme, tipo quelle associative, che coinvolge anche l’organizzazione periferica dello Stato, nel quale si dovrà seguire un percorso di aggregazione. Le incognite sono molte. Ma ci sono anche dei punti fermi».
Si riferisce al ruolo delle Regioni? Sarete voi la cabina di regia per operazioni di questo tipo.
«Quel che ora è certo è che esisteranno i Comuni e le Regioni. Per ciò che c’è in mezzo ci sono margini di possibilità. Noi come Regione ci siamo messi avanti sul processo di aggregazione dei Comuni. Per il superamento delle Province, invece, dal Governo Monti ad oggi si è passati a progetti diversi, dall’accorpamento iniziale all’abolizione ora in corso. Di fronte a questo scenario, su alcuni aspetti, come la sanità, abbiamo già spinto a concetti di area vasta».
Aree vaste. Sono già all’ordine del giorno anche nel mondo associazionistico, da Legacoop a Confindustria. La politica non può stare a guardare. Perchè non accelerare?
«Ci sono organizzazioni economiche che vanno avanti su processi di area vasta, secondo un’esigenza di massa critica importante. Siamo in una fase in cui è difficile sapere quale sarà l’assetto istituzionale definitivo, che poi si porta dietro anche il resto, ma la spinta all’aggregazione risponde ad un’esigenza effettiva, che non è solo risparmio, ma anche una necessità di maggiore efficacia».
Ma quale ruolo può giocare Reggio, soprattutto in funzione della presenza della stazione Mediopadana?
«Sicuramente si tratta di un’opera straordinaria, in una posizione strategica, a metà strada tra Bologna e Milano: un’esperienza su cui credo occorra puntare per dare non solo a Reggio ma anche ai territori vicini un’opportunità in più».
Sta parlando dell’Expo? A che punto è la pianificazione regionale?
«Stiamo facendo una serie di passaggi per coordinare la partecipazione complessiva del sistema emiliano romagnolo. Tanti soggetti si stanno muovendo, ma saremo più forti se faranno parte di un disegno complessivo. Abbiamo una serie di eccellenze e una forte rete istituzionale. Si tratta di ragionare in maniera aperta per creare sinergie».
Oppure per evitare conflittualità tipiche di certo campanilismo emiliano? Si pensi solo alla “battaglia” del Reggiano: nell’immaginario la sua paternità è storicamente rivendicata da due province limitrofe.
«Il Parmigiano-Reggiano si è sempre fatto in tre province, e si continuerà a farlo in queste tre province. Diciamo che, dal mio punto di vista, non esistono conflitti: è normale che ci sia una dialetticità, soprattutto nella fase di riassetto del territorio di cui ho parlato. Sono convinto che la ricchezza di questa regione stia proprio nelle straordinarie diversità presenti. Il campanilismo non è mai una risposta. E nessuno lo crede».
Eppure per le fiere di Reggio, a lungo sospese tra Parma e Milano, sinergia non c’è stata. E si è davanti ad un destino ancora incerto. La Regione poteva giocare una parte importante. Il suo orientamento?
«Noi abbiamo alcuni poli di eccellenza. Credo che sia utile lavorare su su sinergie e specializzazioni: non è possibile che facciano tutto in ogni città. In uno scenario europeo la competizione è sempre su poli articolati, di grandi dimensioni. Si tratta di definire assetti, in una logica che non è quella del policentrismo in cui ognuno punta a fare tutto. Bisogna valorizzare in rete ciò che ognuno sa fare meglio».
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