Sulla tomba di Teresa il cognome da sposata - IL REPORTAGE
Scandiano: sulla lapide della moglie di Fermo Manzotti, sepolta in Polonia, il cognome del marito che l’ha uccisa
TARNOBRZEG (Polonia). La tomba di Teresa Manzotti è ancora ricoperta interamente di fiori bianchi e di corone, circondata da decine di ceri che, ancora oggi, a quasi un mese dalla tragedia, amici e parenti continuano a portare quotidianamente. Il paese di Jadachy, dove Teresa e Fermo Manzotti abitavano insieme ai loro tre figli, due bambine e un maschietto di 4 anni (unico testimone della tragedia accaduta il 18 giugno), sembra un paesino svizzero, ordinato e pulito, la cui vita quotidiana trascorre quasi interamente nel silenzio ovattato dei boschi circostanti, interrotto soltanto dal passaggio di qualche camion o dalle chiacchiere davanti al bar della piazza o davanti al “magazìn”, il piccolo supermercato, unico vero luogo di ritrovo delle donne del paese oltre alla chiesa, moderna, dopo la messa domenicale.

I FUNERALI. E proprio in questa chiesa sono stati celebrati i funerali di Teresa Misa, anzi, Manzotti – come è scritto sulla lapide, perché in questo paese cattolicissimo il matrimonio è una cosa importantissima – che hanno visto la partecipazione di tutta la popolazione ma senza il clamore dei media come siamo abituati a vedere in Italia. Anche perché le leggi sulla stampa, in Polonia, sono rigidissime e non si può violare la privacy della gente non soltanto in presenza di minorenni, ma anche in caso di eventi che riguardino i cittadini indistintamente, vittime o assassini, matrimoni o funerali, personaggi famosi o sconosciuti.
Così, quando siamo arrivati, abbiamo scoperto che Teresa Misa era già stata sepolta il 23 giugno, cioè cinque giorni dopo il suo omicidio, dopo che era stata effettuata l’autopsia al centro di medicina legale dell’ospedale regionale di Cracovia, alla presenza di un legale d’ufficio nominato dalla Procura, ma prima ancora che la notizia arrivasse in Italia.

I TEMPI. Proprio su questi “tempi”, in effetti, ci sono molti interrogativi ancora senza risposta, ma la polizia locale (anzi, quella del capoluogo della provincia, Rzeszòw) dice di non poter dire nulla in merito, demandando tutto alla Procura. Quando riusciamo, grazie all’intervento del collega del giurnale “Echo-Dnia” di Tarnobrseg, Marcin Radzimowski, a contattare il procuratore che sta svolgendo l’inchiesta sull’omicidio, ci troviamo di fronte ad un nuovo muro perché, appunto, l’inchiesta è ancora in corso e quindi non si possono (meglio, non si potrebbero) rivelare particolari di alcun genere.
Nonostante ciò, da queste parti si parla esplicitamente di un “omicidio premeditato e di estrema efferatezza”, proprio perché Fermo Manzotti avrebbe addirittura cercato, prima di perdere i sensi dopo il presunto tentativo di suicidio, di depistare gli inquirenti mettendo il coltello in mano a Teresa – ormai priva di vita e con la gola squarciata a tal punto da sembrare quasi decapitata – forse nel tentativo di far credere di avere subito un’aggressione da parte di sconosciuti.
Un particolare, quindi, secondo il procuratore, che indicherebbe un’estrema lucidità di Fermo Manzotti nel mettere in atto il suo piano, e non di un raptus di follia secondo l’ipotesi che la difesa d’ufficio (forse dopo avere contattato i parenti di Manzotti in Italia, che solo pochi giorni fa hanno nominato come difensore di Fermo l’avvocato Noris Bucchi) vorrebbe portare in Polonia per chiedere la dichiarazione della semi-infermità mentale.

LA PENA. Come detto, se non venisse riconosciuta l’infermità mentale, Fermo Manzotti rischierebbe una condanna che va da un minimo di 12 anni all’ergastolo. E proprio questa pena massima il procuratore sembra intenzionato a proporre al processo che, comunque, non ci sarà prima di tre mesi, periodo entro il quale è comunque prevista la detenzione obbligatoria in caso di omicidio.
Ma Fermo Manzotti, in questo momento, ormai completamente “sano” – come dice il procuratore – e guarito dai tagli che si è procurato dopo l’omicidio della moglie Teresa, è in prigione a Rzeszòw, dove può vedere solo l’avvocato d’ufficio, nominato attraverso l’Ambasciata italiana di Varsavia. E Rzeszòw dista più di 50 chilometri da Nowa Deba (sede comunale) e da Jadachy, il villaggio dove Fermo e Terry abitavano insieme ai tre figli e alla madre di lei.

Qui tutti ricordano quanto accaduto il 18 giugno scorso ma nessuno vuole emettere giudizi. Se la mamma di Teresa, nelle poche parole rilasciate ad una televisione polacca e riportate anche dalla “Gazzetta”, ha definito Fermo Manzotti “una bestia”, le altre donne che stanno facendo la spesa al supermercato scuotono la testa: quasi tutte conoscevano Teresa, lei voleva lavorare, cercare “fortuna e amore” in Italia, come tante giovani donne polacche hanno fatto negli ultimi 20-30 anni venendo a lavorare in Italia come badanti.
IL LAVORO. «Poteva capitare anche a me», dicono quasi con rassegnazione pensando ad una vita difficile e piena di pericoli lontano dalla loro casa e dal loro paese. Teresa aveva trovato lavoro come badante proprio a casa di Ivo Manzotti, imprenditore edile in pensione, padre di Fermo, nella grande casa di Arceto. E qui, con il passare del tempo, si era innamorata di Fermo. Dopo la morte del padre, Fermo e Terry (così era conosciuta Teresa nel bar di Sabbione dove ha lavorato per qualche anno) hanno cominciato a convivere, hanno avuto due bambini e poi, nel 2012, si sono trasferiti a Jadachy, dove è nato il terzo figlio, un’altra bambina. Si sono sposati il 4 gennaio 2013 in municipio a Nowa Deba e poi sono cominciati i problemi coniugali che sono sfociati nella tragedia del 18 giugno scorso.
I LUOGHI. Una tragedia accaduta in una stradina di Chmielow, a circa un chilometro da Jadachy, sotto gli occhi del figlio di 4 anni che poi è fuggito terrorizzato e piangente, riuscendo a raggiungere – a quanto pare a piedi, attraverso i campi – l’abitazione della nonna dove ha raccontato tutto alla sorella più grande, di 8 anni, che ha avvisato la nonna.

Nel frattempo, però, alcuni abitanti della zona hanno trovato l’auto con il corpo della donna completamente coperto di sangue e, accanto all’auto, in mezzo all’erba, semi incosciente, Fermo Manzotti che è stato subito trasportato in ospedale. In un primo momento si era parlato di coma, ma in realtà le condizioni dell’artigiano scandianese non erano gravi e già pochi giorni dopo il ricovero, quando Teresa era già sepolta, è stato interrogato dal procuratore, al quale ha ammesso l’omicidio. Il paese di Jadachy, poi, si è stretto intorno alla famiglia di Teresa, ai suoi bambini (che ormai da più di un anno vivono qui, dove hanno anche frequentato l’ultimo anno scolastico anche se – dice qualcuno – solo la bambina più grande parla ancora italiano ed era presente al funerale della mamma. I due più piccoli, invece, sono rimasti con i parenti; il bambino di 4 anni che ha assistito all’omicidio – ci dice il collega giornalista – è in cura da parte di un’équipe psico-pedagogica per cercare di rimuovere lo shock di aver visto il padre uccidere la mamma che, ogni notte, sogna e chiama nel sonno.

LE REAZIONI. Una tragedia che, tuttavia, in questo piccolo villaggio “svizzero” della Polonia meridionale, viene ricordata quasi sottovoce, con poche parole. In fondo, la violenza sulle donne non è una novità nemmeno per questi posti sperduti nel verde. In realtà, molte ragazze sono andate via per cercare lavoro, e non sono più tornate. Teresa, invece, è tornata. Per morire qui.
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