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cronaca

«Il decreto svuota carceri ha rovinato mio figlio»

La denuncia disperata di una madre che si vede piombare in casa il suo ragazzo rimesso in libertà proprio quando stava per entrare in comunità di recupero


12 luglio 2014 di Martina Riccò


BASSA REGGIANA. Un ragazzo come tanti, con la vita in mano. Finita la scuola va a fare un anno di militare. Ma quando torna a casa, invece di spiccare il volo, inizia a precipitare verso il basso, nel baratro della droga.

Oggi ha 37 anni. E da quel crepaccio non è ancora riuscito a risalire. A negargli l’ultima possibilità – almeno l’ultima in ordine di tempo – è stato il tanto discusso decreto svuota carceri.

«È un tossicodipendente da quando ha vent’anni – racconta la madre, a bassa voce, per non farsi sentire dal figlio che si trova nella stanza di fianco – e finalmente, dopo aver fatto sette mesi di galera, aveva accettato di andare nella comunità di San Patrignano. Aveva deciso di farsi aiutare perché non voleva rimanere in prigione altri due anni. E ormai era tutto pronto per il suo trasferimento: si era fatto seguire dalla psicologa del carcere, aveva rispettato tutte le indicazioni che gli erano state date dai volontari del Ceis, e aveva anche ottenuto il benestare del Sert. Ma un giudice ha pensato bene di applicare la legge senza approfondire minimamente la sua situazione, e dieci giorni fa è stato rilasciato. Adesso, che è di nuovo un uomo libero, nessuno lo convincerà più ad entrare in comunità e farsi aiutare».

Ricomincia, così, il calvario dei genitori. Tornano i problemi, già affrontati tante volte in questi lunghi anni: in che modo gestire il loro ragazzo, come controllarlo, dove alloggiarlo. Soprattutto adesso, dal momento che, a causa di una diffida, non può più abitare nel suo comune di provenienza. E si riaccende la paura di avere a che fare con un figlio disturbato, che quando beve e si droga diventa violento. Al punto da picchiare la madre e minacciarla puntandole un coltello alla gola.

«Mio figlio è stato in carcere due volte – racconta la donna – la prima, una decina di anni fa, per spaccio; l’ultima volta, sette mesi fa, perché mi aveva picchiata. Sono stata io a denunciarlo: volevo che finisse in galera. Era l’unico modo per farlo disintossicare e per farlo avvicinare ai volontari del Ceis e alle comunità di recupero. Ce l’avevo quasi fatta. Mancavano una decina di giorni, non di più. Se solo il giudice non l’avesse scarcerato».

E la disperazione della madre sfuma nell’indignazione, quando racconta che nessuno l’ha avvertita dell’imminente scarcerazione del figlio.

«Io e mio marito eravamo tranquilli, essendo a un passo dalla comunità di recupero mai avremmo pensato che potesse uscire dal carcere – dice con un filo di voce – ma poi abbiamo ricevuto la chiamata di mio cognato: nostro figlio era a casa sua. Ci siamo precipitati là, increduli. In sette mesi non siamo mai andati a trovarlo perché volevamo che capisse che così non l’avremmo mai più accettato. Ma poi ce lo siamo trovati lì. “Non so dove andare mamma”, mi ha detto. “Ho fame”. E così siamo tornati punto e a capo. Quando hanno approvato la legge svuota carceri hanno assicurato che avrebbero guardato caso per caso e non avrebbero rilasciato tutti i detenuti (con pene inferiori a tre anni, ndr) in blocco. Invece così non è stato. Mio figlio è stato ricacciato in mezzo alla strada, il percorso che aveva iniziato in carcere si è interrotto e tutta la fatica fatta è stata fatta per nulla».

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