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Grande Aracri, “guerra” sulla sorveglianza

Appello: per la procura è il reggente della cosca, i difensori chiedono la revoca: «Non è pericoloso»

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BOLOGNA. Si conoscerà solo nei prossimi giorni – ma non essendoci un termine perentorio potrebbe slittare anche a dopo l’estate – la decisione della Corte d’appello sulla sorveglianza speciale che “inchioda” a Brescello il 60enne Francesco Grande Aracri dalla fine dell’anno scorso, quasi in contemporanea con il sequestro preventivo dei beni effettuato dai carabinieri .

Ieri a Bologna si è tenuta l’udienza (durata circa un’ora) in cui l’imprenditore edile d’origine cutrese, tramite gli avvocati Alessandro Sivelli e Giuseppe Migale Ranieri, ha “aggredito” la misura restrittiva, per cercare di ribaltare quanto deciso a fine dicembre dal tribunale di Reggio.

La procura generale ha chiesto la conferma della sorveglianza speciale, facendo riferimento alle valutazioni già espresse in primo grado, cioè che Grande Aracri (ritenuto appartenente alla cosca capeggiata dal fratello Nicolino Grande Aracri), nonostante la condanna per mafia (3 anni e 6 mesi di carcere, nel processo Edilpiovra) non abbia mai smesso di fare da "reggente" del clan e soprattutto non ha mai tralasciato nemmeno quand'era in cella di seguire i propri "affari". In sintesi è un uomo legato alla ’ndrangheta, quindi pericoloso,va tenuto sotto controllo

A tutto ciò hanno replicato i legali del costruttore, partendo da un recente orientamento giurisprudenziale della Cassazione che rimarca come la pericolosità deve essere dimostrata e non presunta. Una base di partenza per sottolineare innanzitutto che la sentenza di condanna per associazione a delinquere di stampo mafioso si riferisce a fatti lontani (fra il 2001 e il 2003), per poi passare ad analizzare quanto avvenuto dopo l’espiazione della pena. «Nel 2010 Grande Aracri – entra nel merito l’avvocato Sivelli – era stato al centro di un’altra indagine dell’Antimafia di Bologna: 6-8 mesi di intercettazioni che non avevano portato a nulla. Il gip blocca le intercettazioni e il fascicolo viene archiviato. Nel maggio 2013, dopo i due anni trascorsi in libertà vigilata come previsto dalla sentenza, il magistrato di sorveglianza non ha prorogato la misura, tenendo conto anche del parere favorevole della procura antimafia. Se nel maggio 2013 non era più pericoloso, come mai l’è diventato per la Dda sette mesi dopo? Non sta in piedi, è una misura che va revocata».(t.s.)

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