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«Abbiamo perso tutto, anche la dignità»

«Abbiamo perso tutto, anche la dignità»

Scandiano, sempre più numerosi gli imprenditori nei guai con le banche. «Protestati per pochi soldi e trattati da pezzenti»

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SCANDIANO. «Quando sono arrivato a Reggio non avevo nulla, ho lavorato, adesso ho perso tutto, anche la dignità». Continuano i racconti di imprenditori e persone che in questi anni si sono ritrovati, nel giro di poco tempo, da una situazione di tranquillità alla disperazione di non aver praticamente più nulla in mano, nemmeno le case, ormai pronte per essere messe all’asta. Disavventure sempre più frequenti in tutta Italia ed anche nel territorio reggiano, dove pure la tenuta economica in questo durissimo periodo di flessione sembrava aver garantito meno problemi. Sono decine gli imprenditori, gli artigiani che si trovano circondati da debiti, problemi con le banche e con Equitalia, vittime della fatale “crisi” ma anche di un sistema – quello del credito – che ha mostrato storture, o quantomeno una difficoltà ad adeguarsi al momento di debolezza collettiva. Tanti in questi ultimi tempi si sono rivolti all’associazione scandianese “Interessicomuni” fondata da Angelo Santoro.

Il cammino attraverso queste difficoltà è quello che stanno intraprendendo Salvatore Zoretti, prima imprenditore edile e poi benzinaio a Cadelbosco Sopra, e Lorenzo Sinisi, costruttore di Bibbiano. Ora, grazie alle loro testimonianze, altri hanno trovato la forza per parlare a volto scoperto delle loro difficoltà. Come Antonio Cursio. O come Francesco Anastasio, 40enne di origine calabrese: «Sono arrivato a Reggio a 15 anni – racconta – non avevo nulla ma avevo voglia di lavorare, mi sono costruito una famiglia, un’impresa, e adesso non ho nemmeno più la dignità», racconta. «Ho lavorato nel settore edile ma non solo, avevamo anche altre attività assieme a mia moglie, e ci siamo ritrovati “protestati” dalle banche per 1800 euro, io, e 2000 euro, mia moglie. Adesso non posso nemmeno entrare in banca, per cinque anni nessun istituto mi accetterà», spiega faticando a trattenere l’emozione.

Ora Francesco ha aperto una pizzeria al taglio, «perché il lavoro non mi spaventa, non lo hai mai fatto, e devo dare da mangiare ai miei figli. Ho cercato di reinventarmi, anche se adesso non ho più nulla, dopo 25 anni di lavoro. E senza fare lussi, viaggi, vacanze. Ho sempre lavorato, semplicemente, e mi sono trovato in difficoltà con la crisi del settore edilizio».

Da lì, il solito complicato giro fra mutui, prestiti, fideiussioni, un confronto continuo con il sistema del credito che si mostra ben poco sensibile alle difficoltà. Ogni tentativo, anche quelli oltre il lecito, non ha pagato: «Per non rovinare la mia impresa ho deciso di mettere in mezzo le mie garanzie personali, poi non potendo pagare ho fatto una denuncia falsa, ho detto di aver perso il blocchetto degli assegni. Non l’ho fatto per guadagnarci, ma solo perché volevo provare in ogni modo a salvare la mia azienda, pur sbagliando». Il risultato: «Adesso sono stato condannato e per cinque anni nessuna banca accetterà di farmi un nuovo corrente, di concedermi credito. Sono bloccato, completamente. E dire che nei momenti migliori avevo un giro di affari da 1.5 milioni di euro all’anno. Adesso, in banca sono trattato come un pezzente, ho fatto dei periodi in cui ricevevo 50, 60 telefonate al giorno di pressioni, di solleciti». Oltre alla fatica imprenditoriale, incide parecchio quella umana: «Oggi mi fa paura chi mi guarda con occhi diversi perché sono stato “protestato”, perché sono in difficoltà, mentre prima aveva tutt’altro atteggiamento. In questo paese stiamo tornando indietro di cento anni, la divisione fra povero e ricco è sempre più netta».

Adriano Arati

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