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Affitti non pagati, Rete fa causa allo Stato

di Enrico Lorenzo Tidona
Affitti non pagati, Rete fa causa allo Stato

La Asp è proprietaria della caserma dei carabinieri di Anzola. Da due anni non riceve la pigione: insoluto da 250mila euro

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REGGIO EMILIA. Di tutti gli affitti che garantiscono un’entrata extra nelle casse di Rete (Reggio Emilia Terza Età), quello della caserma dei carabinieri ad Anzola Emilia era considerato l’incasso più sicuro. A dover versare il canone di 122mila euro l’anno alla società che gestisce le case di riposo - proprietaria dei muri della caserma - è infatti lo Stato italiano. Un nome che valeva una garanzia in bianco secondo le previsioni, smentite poco dopo dai fatti, come racconta il presidente di Rete, Raffaele Leoni, che da due anni non vede un centesimo di quell’affitto. Soldi preziosi viste le ristrettezze di bilancio dell’azienda partecipata dai comuni reggiani, che ha rotto gli indugi decidendo di fare causa allo Stato.

LA QUERELLE. «Avanziamo troppi soldi, oltre 250mila euro» spiega il presidente della asp, fiore all’occhiello dell’amministrazione reggiana, con 580 posti letto gestiti nelle case di riposo locali. «La caserma di Anzola è finita nel nostro patrimonio per effetto di una permuta avvenuta nel 2008 - dice Leoni - Per i primi tre anni l’affitto è stato pagato dal vecchio proprietario, con il quale non ci sono stati problemi. Poi, secondo anche quanto previsto da un regolare contratto, toccava allo Stato versare il canone. Ma i soldi non sono mai arrivati. Le abbiamo tentate tutte, in primis con il prefetto e i vice prefetti di Bologna, nostra controparte in questa difficile partita sulla quale è stata cercata più volte una soluzione pacifica. I risultati sperati non sono arrivati e dopo oltre due anni siamo stati costretti a intentare una causa in piena regola contro lo Stato, essendo certi di avere la ragione dalla nostra parte. Altra strada, purtroppo, non c’è».

BILANCIO A RISCHIO. Il quadro economico dell’istituzione per i servizi alla persona tiene, come testimonia il pareggio di bilancio raggiunto nel 2013. Un documento, quest’ultimo licenziato nei giorni scorsi dal Comune di Reggio (titolare del 97% delle quote di Rete) e dagli altri soci minori (Quattro Castella, Cadelbosco Sopra, Cadelbosco Sotto, Albinea, Vezzano e Bagnolo) che hanno il 5% a testa delle restanti quote. «Anche l’anno passato siamo riusciti a far quadrare i conti, ma con l’andare del tempo le situazione si fa sempre più critica. Il 2013 è stato certamente l’esercizio più difficile per noi, anche a causa degli insoluti. Quello con lo Stato pesa fortemente sulla gestione corrente e sugli investimenti. Grazie agli affitti riusciamo a bilanciare le spese. Senza rischiamo di dover tagliare servizi essenziali a persone che non possono essere lasciate certamente sole. Agire è nostro dovere».

LA BATOSTA. E pensare che la caserma dell’Arma di Anzola era stata inaugurata in pompa magna, l’8 ottobre del 2011 alla presenza dello stesso Leoni e del direttore Alessandra Sazzi con il comandante dei carabinieri e l’allora sindaco Loris Ropa. «L’operazione di restauro per la lasciare spazio alla nuova caserma era un’opportunità importante per noi - dichiara Leoni - Mai avremo pensato che un investimento ragionato con ritorni certi potesse essere messo in discussione proprio dallo Stato. Ti aspetti che paghi per primo ma la realtà si è rivelata ben diversa». La caserma è stata intitolata all’appuntato Ferdinando Giovambattista Micelli, partigiano deceduto nel campo di sterminio di Mauthausen il 22 aprile 1945. Durante la cerimonia di apertura ci fu la classica benedizione della lapide e il tagliato il nastro con autorità in visita alla struttura e fanfara finale dei carabinieri. Poi, dopo le strette di mano, il nulla. Infine, per decisione da parte del cda di Rete, si è passati alle carte bollate.

L’APPELLO. La causa civile è stata presentata al tribunale di Bologna, che dovrà decidere il merito e un’eventuale soluzione della questione. Cosa non facile viste le parti in causa. Da un lato lo Stato centrale, che dopo aver accumulato miliardi di debiti nei confronti delle aziende private, non si fa scrupoli a lasciare per strada anche le partecipate pubbliche che offrono assistenza a chi vive situazioni di disagio. Dall’altro c’è Rete, realtà che si perde nella fitta mappa italiana delle controllate, ma sulla quale i reggiani hanno investito negli anni creando una struttura che, oltre ai servizi, paga lo stipendio a quasi 600 dipendenti tra diretti e indiretti. «I Comuni sono costretti a tagliare le risorse -conclude Leoni - Noi, di conseguenza, dobbiamo tirarci su le maniche e fare altrettanto, cercando di mantenere una livello degno di servizi alle persone. Il gioco non è facile. Per questo faccio appello ai reggiani, affinché ci aiutino con donazioni private a sostegno dell’attività di Rete».

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