Benvenuti nell’era della fusion tra meticciato e flussi incrociati
E il cibo? Due sole opzioni contemporanee: quello “fighetto” e i sapori di una volta Ma i “giacimenti del gusto” nascondono mille insidie: a partire da quei menù illeggibili
SEGUE DALLA PRIMA
Ogni epoca ha i suoi riferimenti. Tra i punk giapponesi oggi è di moda una cresta di capelli foggiata esattamente come quella dell'indiano di lingua algonchina passato alla storia come l'ultimo dei mohicani. Forse il mohicano protagonista del bestseller di James Fenimore Cooper, pubblicato nel 1826, non era l'ultimo. Un tempo soltanto i viaggiatori avevano il privilegio di vedere corpi alieni. Oggi l'esotico è tra noi. Viviamo un'epoca di mobilità e connessioni, di corpi andanti, di flussi incrociati, di reciproche influenze. Turismo, immigrazione, transiti, è tutto un gioco di specchi e citazioni. Siccome agli arabi la Coca Cola americana non va giù, si sono messi a produrre la Mecca Cola: stesso gusto della Coca, etichetta diversa. Dal gran traffico di cose e di idee c'è chi prende solo quello che gli va, adattandolo ai suoi gusti. Come fanno i Kuta Cowboys di Bali, smilzi ragazzetti in pareo indonesiano che vanno in spiaggia con cappello e stivali texani. Ovviamente sentendosi molto fighi.
I contatti tra culture e corpi diversi non sono mai facili. E' preferibile copiarsi a distanza. Fino a prova contraria esiste un sano diritto a imitarsi senza integrarsi. Vale per i viaggiatori, valga per gli immigrati. Per quanto riguarda i giovani in particolare, il ventunesimo secolo sembra essere l'era della fusion a tutti i livelli, di un meticciato che se ne fa un baffo delle origini storiche. I tatuaggi polinesiani vanno come il pane, ma nessuno ne approfondisce il significato. L'hanno chiamata generazione remix o etnicamente ambigua (beh, l'hanno chiamata in tanti altri modi, diciamo che trovare definizioni per le nuove generazioni è lo sport preferito di tutti i settimanali). Dire contaminato, una volta, faceva subito pensare ai colibatteri nelle falde acquifere. Oggi attizza. Anche l'aggettivo ambiguo sta mutando senso, da negativo a positivo. Nel film intitolato Multi Facial l'attore Vin Diesel (Salvate il soldato Ryan) di madre irlandese e padre africano, raccontava della sua difficile collocazione nel mondo dello spettacolo, in quanto mulatto. Poi Vin Diesel ha sfondato. La nuova estetica del melting pot premia le facce etnoquiz.
Dipingersi il corpo come fanno gli indios brasiliani, farsi il lifting come le nostre signore, colorare i capelli, rimodellarsi il seno sono messaggi che l'individuo lancia alla comunità. Che poi si considerino accettabili o inaccettabili le pratiche di decorazione o di deturpamento delle sembianze, dipende dal luogo, dal momento e dalla consuetudine. Alcune usanze come per esempio quella di costringere i piedi dentro scarpe a punta o dentro fasce tanto strette da renderli deformi (i famosi "piedi di giglio" delle vecchie cinesi) sono socialmente accettate. Perciò non scandalizzano nessuno. Sono prove dolorose, sì, ma normali. Non facevano male, alle nostre mamme, le cerette bollenti sulle gambe, in era pre-epilady? E non fanno male le labbra dopo due siringate di silicone?
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Antropologicamente parlando, l'attuale cultura alimentare prevede due opzioni: o cibo fighetto, o i sapori di una volta. Da una parte prelibatezze rinomate che sfiorano il concetto un po' inquietante di cibo firmato. Dove la firma non è necessariamente garanzia di qualità, ma un trofeo di consumo. Dall'altra la retorica delle tradizioni, con i soliti sapori che hanno atraversato i secoli, e altre oscene trovate come i giacimenti golosi. Non occorre dilungarsi troppo sul cibo fighetto. E' evidente che ci troviamo in presenza di un'estetica del cibo: non molto interessante, ma immagino rassicurante per chi nella vita ha bisogno di (ostentare) sicurezze. E dunque dispensa consigli su squisiti abbinamenti tipo menta e cioccolato, noci e fagiolini, eccetera. Roba da dizionario dei luoghi comuni. Spettacolarizzazioni ed esotismi alimentari di massa. Stilisti che disegnano paste e pietanze. Food porn.
- Non sai cosa ti perdi!
Tanta cultura, indubbiamente. E allora va bene, scaviamo in questi giacimenti del gusto e vediamo cosa ci sarà mai dentro. Dai, apriamo il sipario sul menù. Cuore di fagianetto frollato su letto di alghe Fukushima. Tartufo adamantino con spore di muffa blu notte di Valpurga. Morchia di Pagliarano trifolata con battuto d'assafetida. Sugo di mulo morto al tramonto, ma dico siamo impazziti, non bastavano i lardi territoriali, le pancette etniche, le lucaniche ortodosse, i cotechini millenari? Non bastava l'Accademia della feccia? No. Non bastava ai foodies, i nuovi esploratori di ristoranti, che - aspetta aspetta non mangiare, fammi fare prima una foto! - fotografano i piatti e subito postano commenti. Valerie Taylor, direttrice del Dipartimento di psichiatria del Women's College Hospital dell'Università di Toronto spiega che instagrammare compulsivamente il cibo (foodstagramming = postare su Instagram o su Twitter) è un sintomo diffuso e preoccupante. Tra l'altro, la roba strana da mangiare costa un sacco di soldi. Veniamo al cibo finto povero, a quei benedetti sapori che avrebbero attraversato i secoli. Non c'è discorso sulla cultura popolare che non finisca lì, in degustazione. Non c'è pietanza, anche la più umile e sciatta, che non sia stata riscoperta, raccontata e "simpaticamente" riproposta. Di colpo si è scoperto che i sapori hanno eroicamente sconfitto il tempo, attraversando indenni i secoli. E così all'improvviso sono saliti alla ribalta miserabili leccornie, povere sbobbe, orribili guazzetti. Dico all'improvviso, ma sempre che si possa invocare un'antica tradizione. Attraversato cosa? I secoli? Ma cosa stai dicendo? Avranno attraversato l'intestino di quelli che adesso sono sottoterra, nei cimiteri. Perché secondo te le focacce, le verdure, il vino, oggi hanno lo stesso sapore in bocca che avevano prima della rivoluzione industriale? Non la pensava così il mitico Piero Camporesi, storico dell'alimentazione medievale: nessuno può dire che il pane, gli ortaggi e il latte attualmente abbiano lo stesso gusto che avevano nel Cinquecento, ai tempi del Concilio di Trento. Altre materie prime, altra chimica dei terreni, altre lavorazioni. Altra fame.
Duccio Canestrini
(i testi sono due brevi abstract dal libro “Antropop - la tribù locale, Bollati Boringhieri Editore, Torino)
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