Vini contraffatti, frode da 28 milioni
Scoperta a Reggio la centrale che smerciava nel mondo, tramite una ditta in Canada, il kit “fai da te” anche del lambrusco
REGGIO EMILIA. Ben 24 vini italiani falsificati – fra cui anche il nostro lambrusco – ed una maxi frode sin qui accertata sui 28 milioni di euro, con quattro persone indagate (di cui tre reggiane) ed il “cuore” delle indagini che ruotano proprio sulla nostra città, specificatamente attorno ad una ditta di Reggio che commercializzava nel mondo un kit per autoprodurre il vino (“whine kit”) tramite una società canadese controllata (la “Paklab”) e costituita appositamente per evitare le normative comunitarie e nazionali.
E’, in sintesi, il clamoroso esito dell’inchiesta condotta dai carabinieri del Nucleo antifrodi (Nac) di Parma – coordinati dal sostituto procuratore Maria Rita Pantani – con l’importante contributo sia del personale dell’area antifrode della direzione interregionale dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, sia del servizio antifrode dell’Ufficio delle Dogane di Reggio.
Un’inchiesta (ormai in chiusura) a dir poco articolata che ha consentito di delineare precise responsabilità a carico di un'associazione per delinquere transnazionale, composta da 4 persone: un imprenditore 57enne di Reggio (amministratore unico della ditta reggiana e nel contempo presidente di quella canadese) e le sue due socie (una di Correggio e l’altra di Reggio), nonché una donna lombarda che è direttore generale della “Paklab” e vive in Canada.
Associazione che per gli inquirenti aveva come obiettivo la produzione e la commercializzazione in ambito internazionale di «Wine Kit» (solitamente sono scatole da 30 “bottiglie” contenenti mosto concentrato e diversi tipi di polveri e sostanze: mescolando e seguendo le istruzioni si ottiene in 5 giorni la bevanda) con in etichetta riferimenti a 24 vini italiani Dop e Igp tra i più noti (lambrusco, brunello, barolo, amarone, verdicchio, valpolicella), risultati contraffatti. Vini diversi per origine e provenienza e con segni mendaci sull'origine italiana (le effigi della bandiera tricolore e del colosseo...), prodotti dalla “Paklab” per conto di una ditta con sede a Reggio che ne curava in Italia tutti gli aspetti organizzativi e di commercializzazione all'estero. Durante le indagini eseguite perquisizioni e sequestri di mosti destinati all'estero e di copiosa documentazione.
L'organizzazione non solo forniva la materia prima (mosto concentrato), ma gestiva le operazioni di produzione nel suo complesso (fornendo tutto il necessario compreso le “ricette”, le etichette ed i materiali per comporre i “wine kit”, nonchè valutando anche i costi di produzione e curando tutti gli aspetti “manageriali” relativi a questi prodotti) e la commercializzazione all'estero. L'indagine ipotizza l'associazione per delinquere di carattere transnazionale finalizzata alla frode in commercio, vendita di prodotti industriali con segni mendaci, contraffazione di indicazione geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agro alimentari. I segni mendaci sono relativi all'origine, indicando «vino italiano».
Contestato anche il reato di frode alle industrie nazionali, in base al quale, su richiesta del pm Pantani, il gip Angela Baraldi ha emesso la misura cautelare del divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali o imprenditoriali, a carico dei due indagati considerati-chiave, cioè l’imprenditore di Reggio e la donna lombarda che dirige la società canadese. La misura impone anche il divieto dell'esercizio dell'attività inerente a quelle cariche per un periodo di due mesi.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
