«Quel falso lambrusco segnalato da 2 anni»
Maxi frode: Bagni (Consorzio di tutela) plaude l’inchiesta e parla di “Wine kit” venduti in Scandinavia
REGGIO EMILIA. «Lo sapevamo da due anni che stavano commercializzando il lambrusco in polvere come altri vini italiani, sempre partendo da sostanze liofilizzate. Noi abbiamo fatto a suo tempo le dovute segnalazioni perché per noi l'obbiettivo principale è quello di difendere i vini veri, la nostra qualità conquistata con il lavoro nelle campagne e nelle cantine».
È un fiume in piena Ermi Bagni, direttore del Consorzio che tutela i lambruschi modenesi davanti alla clamorosa inchiesta sulla maxi frode da 28 milioni di euro che ruota sulla produzione e commercializzazione in ambito internazionale di “wine kit” recanti in etichetta riferimenti a 24 vini italiani ma che per gli inquirenti sarebbero contraffatti, da qui le accuse contro il 57enne Claudio Garuti (considerato dagli inquirenti l’amministratore unico della ditta reggiana “incriminata” e nel contempo presidente dell’altra azienda coinvolta cioè la canadese Paklab) e la lombarda Maurizia Mariani (ritenuta il direttore generale della ditta del Canada) nonché due socie di Garuti. Dalla poltrona più alta dell'organismo che valorizza e tutela 45 milioni di bottiglie di lambrusco Doc e 140 milioni di lambrusco Igp Emilia, Bagni evita di impugnare la sciabola per decapitare la concorrenza sleale ma non si tira indietro quando si tratta di segnalare i buchi nella legislazione, a cominciare dalla mancata protezione dei prodotti classificati come Igp. «Il vino fasullo fatto con le polverine nella cucina di casa - spiega - ovviamente non ha nulla a che fare con il vino vero. Punto e basta. Però ci sono paesi, a cominciare da quelli scandinavi, dove la cultura enologica è scarsa se non addirittura assente. Quindi la tentazione di fare qualcosa che al consumatore medio viene offerto come vino italiano è molto forte, soprattutto se il costo finale è di un euro al litro». Perché stupirsi dunque se gli appassionati delle bevute tra amici in Scandinavia comprino via internet le confezioni fai-da-te?
«I controlli per le contraffazioni le affidiamo a uno studio internazionale specializzato - continua Bagni - anche perché dobbiamo essere sempre pronti a reagire per difendere gli oltre 6 mila viticoltori che vedono nel nostro consorzio una garanzia. Dei 45 milioni di bottiglie più pregiate del nostro consorzio, quelle del Doc, ben 35 vengono da Modena: come potremmo essere meno che attenti su chi ne approfitta per usare parole che sulle etichette richiamano l'Emilia e che non hanno nulla a che fare con noi?». Incredibile ma vero, il Consorzio deve mobilitarsi per rincorrere le bottiglie di falso lambrusco in giro per il mondo: dalla Spagna alla Francia, dalla Gran Bretagna al Sudamerica. E poi c'è il guaio degli Stati Uniti: «Quattro anni - ricorda Bagni - ci siamo mobilitati per evitare che depositassero negli Usa il marchio "Caffè lambrusco"».
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