Auro si dà al cinema e l’Ospizio diventa un set
Ieri le prime riprese de “Quei maledetti vecchiacci” il film dell’istrionico Franzoni il regista Damiano Debbi: «E’ un’istantanea sui problemi di questa società»
REGGIO EMILIA. Chi l’ha detto che il cinema è solo quello del red carpet, delle statuine degli Oscar e degli ingaggi ultramilionari? A Reggio, infatti, c’è qualcuno che fa film per passione e, soprattutto, perché pensa che dietro il “ciak” ci sia un mondo reale da migliorare. Possono testimoniarlo tutti quelli che, ieri, sono passati in via Emilia Ospizio, di fronte alla Gelateria 90. È proprio lì, infatti, «sul largo marciapiede che ricorda quelli delle città metropolitane» che il regista Damiano Debbi – nato nel 1971 e da sempre “gommista” nell’azienda del padre – ha deciso di dare il via alle riprese del suo nuovo film, basato su un soggetto di Auro Franzoni. «Circa un anno fa Auro ed io ci siamo seduti a un tavolino e abbiamo deciso di realizzare un film che mettesse a nudo i problemi della nostra società. Da allora abbiamo litigato e discusso ogni giorno – spiega ridendo il regista – ma finalmente abbiamo trovato i giusti compromessi, e le riprese hanno potuto cominciare». Il film, che si intitolerà “Quei maledetti vecchiacci”, racconta il percorso di formazione di un artigiano, divorziato e con una figlia, che un giorno si imbatte in quattro anziani sclerotici e brontoloni. Sotto i loro giudizi severi e pedanti, però, è celato tutto il buon senso che la nostra società frenetica e scomposta sembra avere dimenticato. Grazie a un preside in pensione, un industriale pentito (interpretato dallo stesso Auro Franzoni), un frate anomalo e uno psichiatra, infatti, l’artigiano inizierà un cammino di riflessione che lo porterà ad avvicinarsi alla figlia e a scoprire l’essenza che si cela dietro all’apparenza delle cose. Ma le sue conquiste saranno tutt’altro che lineari e, spesso, giungeranno come una sorta di illuminazione onirica (per esempio attraverso l’incontro con una strega portatrice di speranza e simbolo di catarsi). E, in fondo, la stessa atmosfera surreale si ritrova anche nella produzione del film: «Lo realizzeremo grazie alla passione dei partecipanti – spiega il regista – praticamente è frutto di volontariato. Ma è bello poter fare qualcosa di culturale e di sociale anche con pochi soldi, dimostra che l’umiltà è la chiave per sbloccare la situazione fossilizzata della cultura in Italia». «Questo film si basa sulla continua mobilitazione di forze intellettuali e artistiche – conclude Auro Franzoni – che pensano che con la cultura si possa cambiare il mondo».
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