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L’assassino l’ha colpito con più oggetti

di Tiziano Soresina
L’assassino l’ha colpito con più oggetti

Castelnovo Monti: sarebbero più d’una le armi con cui è stato ucciso Germini. L’omicida incontra di nuovo in cella il legale

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CASTELNOVO MONTI. L’avrebbe colpito a morte con più oggetti.

Da quanto “filtra”, il 32enne Andrea Germini sarebbe crollato sotto i colpi feroci del collega marocchino Abdelkebir Fettah, ma avrebbe usato “qualcosa” di simile ad un’arma (le ipotesi spaziano dal martello all’ascia, ma non è detto che siano quelli gli strumenti) oltre alla pietra che il nordafricano continua ad indicare come il mezzo-chiave per sopprimere il genero del suo datore di lavoro.

Una ricostruzione che, però, è ben lungi dall’essere dimostrata: mancano ancora gli esiti dell’autopsia (le molteplici ferite mortali, specie alla nuca, con che armi sono compatibili?), della pietra insanguinata al centro del racconto dell’omicida non vi è traccia, non sono stati ancora completati gli esami dei carabinieri del Ris di Parma sulle cose rinvenute nel luogo del delitto, non si trova il telefonino della vittima (i carabinieri sospettano che il nordafricano l’abbia fatto sparire quando ancora pensava di farla franca, visto che ha cercato anche di distruggere, incendiandolo, il cadavere), si sta ancora cercando di capire cosa vi sia dietro alla scelta di un posto così strano ed appartato – in località “Molino Baroni” – per quella che sembra sempre di più una resa dei conti. Chi ha deciso d’andare lì: Andrea al volante della sua Ford Fiesta oppure il collega Kebir che viaggiava con lui?

Per gli inquirenti è un omicidio volontario, forse aggravato dalla premeditazione (se quest’ultima accusa venisse dimostrata il marocchino rischia l’ergastolo): Fettah arriva ad uccidere la mattina del 18 agosto perché si è infatuato (non corrisposto, ma a cui mada dei messaggini) della moglie della vittima, cerca di distruggere il cadavere dandogli fuoco con un accendino e dei giornali, anche se rimane intatto il sospetto (a cui darà una risposta certa solo l’autopsia) che possa aver incendiato il corpo quando Andrea era ancora vivo (se provato, scatterebbe pure l’aggravante della crudeltà). Movente e dinamica che rientrano solo parzialmente nei racconti fatti dall’assassino, a patto che nei due interrogatori affrontati abbia detto la verità. Staremo a vedere. Una cosa è però certa: il suo difensore – cioè l’avvocato Noris Bucchi – ci va con i piedi di piombo in questa vicenda, ha solo parlato con i cronisti di « oggetti e luoghi che, se riscontrati, getterebbero una luce diversa sulla gravità del fatto». In settimana il difensore incontrerà nuovamente in carcere il suo assistito.

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