Da Boretto a Venezia tutto solo in canoa
L’impresa di Paolo Savini: tre giorni di pagaiate sul grande fiume per arrivare alla meta
BORETTO. C’è chi ha pensato di terminare le ferie d’agosto rilassandosi, si fa per dire, scendendo il Po in canoa. E’ il caso di Paolo Savini, atleta del Canoa team Boretto Po, il quale, approfittando del livello abbondante e della veloce corrente delle acque del Po di questo strano agosto ha pensato di attrezzarsi con canoa, sacco a pelo, tenda e tutto il necessario per navigare lungo il grande fiume partendo dalla sede sociale di Boretto per arrivare fino a Venezia. Savini non è nuovo a queste imprese: è alla sua quarta spedizione, in quanto ha già disceso il Po da Boretto a Venezia in altre due occasioni e ha anche percorso – sempre in canoa – il tratto che va da Valenza Po (in provincia di Alessandria) a Boretto.
Esperienze trascorse sempre insieme ad altri canoisti, il più delle volte tesserati della stessa società borettese. Anche in quel caso, fatica e soddisfazione si sono intrecciate per tutta la durata delle spedizioni, rese forse più “leggere” dalla goliardia che si respira quando si è con una compagnia affiatata.
«Questa volta – racconta Savini – ho voluto provare l’esperienza scendendo da solo, per capire quanto può essere affascinante essere accompagnato dal suono della pagaia che accarezza l’acqua, fermandomi quando necessario, passando la notte in tenda in riva al grande fiume per alzarmi all’alba e riprendere il cammino sull’acqua. In questa occasione non tutto è andato secondo le previsioni: la mancanza di amici con cui condividere l’esperienza mi ha spinto a pagaiare per più ore del previsto e magari anche con più intensità. Questo, unitamente a una scarsa preparazione, e a una non corretta valutazione dei viveri da portare in canoa, ha contribuito a “cuocermi”, come si dice in gergo. Il terzo giorno, l’ultima tappa che porta attraverso il Canal bianco fino all’Adige e poi a Venezia, mi ha visto anche alle prese con una brutta giornata con pioggia e vento. Le onde più alte del solito mi hanno impedito una buona navigazione e hanno contribuito a sfiancarmi. Ma tutto è bene quel che finisce bene. Ora – conclude Savini – penserò a riposarmi in attesa di riprendere il lavoro».
Al termine di un racconto così esaustivo e ricco di dettagli, non può che giungere la fatidica domanda: a quando la prossima avventura in solitaria? La risposta è anticipata da un sorriso molto esplicativo: «Chissà se ci sarà...».
Forse è solo questione di tempo: ora la stanchezza sembra aver preso il sopravvento ma, tra qualche mese, le disavventure saranno dimenticate e con la nuova stagione tornerà, probabilmente, anche l’entusiasmo.
Andrea Vaccari
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