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I soldi ci sono ma non possono essere spesi

I soldi ci sono ma non possono essere spesi

Oltre 180mila euro nel fondo per l’autosufficienza elargiti solo per interventi decisi da Stato e Regione

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REGGIO EMILIA. «Ai bisogni cerchiamo sempre di dare una risposta, anche se le erogazioni sono soggette a vincoli». Un contributo del Fondo nazionale per la non autosufficienza per la Sla che nel 2013 è stato di 409.866 euro, di cui però solo 223.853 sono stati spesi. In “cassa”, una cifra pdi 186.012 euro, accantonati per i prossimi bilanci. Sono le risorse destinate dallo Stato per interventi sociali a disposizione della rete dei servizi di assistenza ai malati di Sla. Risorse che, come spiega Elisabetta Negri, direttore delle attività socio-sanitarie dell’Ausl di Reggio, «vengono elargite sulla base di tipologie di interventi previsti da normativa nazionale e regionale». E così ci si trova nella condizione che, nonostante le necessità di malati e familiari, ci sia del denaro che resta in “giacenza”. «Gli interventi che eroghiamo consistono in assegni di cura e di sostegno che possono equivalere a 23 euro al giorno o a 34 euro - spiega - un altro tipo consiste in un contributo mensile di 160 euro al mese da erogare alle famiglie che assumono assistenti familiari. Ci sono poi gli assegni di cura per altre forme di disabilità a cui è possibile erogare assegni che hanno un importo di 10-15 euro al giorno». Oltre ai contributi in denaro, c’è anche il versante dell’assistenza: «Ci sono le prestazioni di assistenza domiciliare-sociali e ricoveri temporanei di sollievo in strutture residenziali. Infine, offriamo interventi per un adattamento dell’ambiente domestico, per poter accogliere un paziente quando rientra a casa dopo un ricovero». Secondo Negri, «la nostra Regione ha approntato un programma sulla Sla che mette in rete i servizi sanitari, sociali e ospedalieri affrontando danni il problema»: «Per via delle normative, non abbiamo speso tutti i finanziamenti che ci sono stati concessi - conclude – ma non si tratta di fondi che perdiamo, bensì di risorse che vengono utilizzate in ambiti successivi». (e.spa.)

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