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Da Atene a Rubiera, la “corsa” di Baldini

Da Atene a Rubiera, la “corsa” di Baldini

Il maratoneta ha festeggiato i dieci anni dalla medaglia olimpica correndo nella sua città con podisti di tutta Italia

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RUBIERA. Un successone. I festeggiamenti per la medaglia d’oro di Atene, a distanza di dieci anni, sono stati seguiti con un entusiasmo inaspettato. Rubiera è stata infatti invasa da podisti e da tifosi giunti da ogni parte d’Italia. Al centro delle attenzioni, ovviamente, Stefano Baldini, il maratoneta reggiano che dieci anni fa stupì una nazione intera.

Si aspettava questa risposta dei tifosi?

«Sì, me l’aspettavo – commenta un emozionato Stefano Baldini – in tanti me l’avevano chiesto ed era giusto, dopo dieci anni, misurare ancora il calore della gente».

Cosa significa per lei una giornata come questa?

«Significa che quella grande impresa compiuta da quell’omino che tagliò il traguardo alla maratona olimpica è rimasto nell’immaginario collettivo. Quella faccia pulita e sorridente con tanta voglia di arrivare. Noi reggiani siamo tutto questo: teste dure oltre che quadre».

In questi dieci anni si è sentito coccolato e viziato?

«Viziato lo sono senz’altro stato. Però da parte mia c’è sempre stata molta disponibilità, ecco perché oggi c’è tanta gente in piazza a festeggiare questo “compleanno”».

Ha idea di quanti autografi ha firmato?

«Tantissimi. E non capisco chi è infastidito dal firmare autografi o dal fare foto con i fan, significa, alla fine, che la vive male. Io invece ho sempre vissuto bene questi momenti».

Sentiva di avere un debito di riconoscenza verso questa gente che l’ha seguita in tutti questi anni?

«Sono uno che guarda sempre avanti e che non si gira a guardare indietro, ma in qualche modo dovevamo fermarci per celebrare questa ricorrenza».

Una ricorrenza che avete festeggiato correndo, vero?

«Certamente. E ho voluto farlo nella mia Rubiera facendo salire sul palco le persone che mi sono state vicine in tutti questi anni».

Cosa c’è nell’immediato futuro di Baldini?

«Ci sono le facce pulite e sorridenti di tanti giovani che amano questo sport. Persone che hanno dei sogni da coltivare».

Cristiana Filippini

***

AMARCORD 30 AGOSTO 2004

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di Stefano Tamburini

Canta l’inno e va fuori tempo, Stefano Baldini. Ma sì, chi se ne frega. Ora è lì in mezzo a uno stadio tutto per lui, con il pubblico in piedi che si spella le mani e tutto il mondo lo guarda in televisione con la medaglia d’oro al collo. La bacia, quella medaglia, e la guarda e riguarda, come se ancora non ci credesse, mentre sta per cominciare l’alzabandiera con il tricolore in mezzo ai vessilli di Usa e Brasile. E per non piangere deve sforzarsi, l’uomo della Bassa reggiana cresciuto con la pazza idea di essere lì dove è ora.

Gli occhi luccicano, e come se luccicano. Quando sta per cedere alla commozione più sfrenata l’inno di Mameli finisce e quel «sì» gridato forte forte a chiusura della strofa con «l’Italia chiamò» è lo sfogo giusto per rimandare indietro le lacrime. Lo grida due volte quel «sì» come se volesse farsi sentire ancora meglio.

IL SOGNO È REALTÀ. In fondo cosa può desiderare di più, uno che da anni e anni corre con quel sogno in testa, sapendo che (ormai quasi 34enne) non potrà avere altre chances, che ci ha già provato e ha ingoiato amaro - il ritiro di Sydney - ma non si è mai arreso. Quando è partito e ha deciso che questa era la sua corsa, a poco più di quattro chilometri dal traguardo, bastava guardarlo in faccia per capire che nello stadio della leggenda – il Panathinaiko, quello con la curva stretta della prima Olimpiade moderna – ci  sarebbe entrato prima lui degli altri.  Non si era nascosto, alla vigilia e anche prima di partire, il buon Stefano, non aveva detto «vedremo cosa posso fare», «io ce la metterò tutta» e «ci sono tanti avversari forti, sarà dura».

No, aveva detto che il percorso gli piaceva, anzi si addiceva alle sue caratteristiche e che lui stava benissimo. Anche il suo allenatore Luciano Gigliotti non si era nascosto e aveva invitato tutti a guardare la tv: «Vedrete, Stefano vi farà divertire».  Sì, ci ha fatto divertire. Altro che keniani, etiopi, semidei degli altipiani, nati per correre e costretti anche dalla vita a correre un po’ più di noi. Il bianco latte della pelle di Stefano, tutto ossa e muscoli giusti per lo sforzo prolungato spicca su tutti.

LA FUGA BRASILIANA. Miglior copione non poteva essere scritto, con un avvio troppo tranquillo, che ha fatto trepidare anche il suo allenatore, e con la selezione che tardava ad arrivare. Insomma, in testa alla corsa a metà gara erano ancora in troppi e poi c’era un brasiliano sconosciuto che se ne era andato e rischiava di fare la grande sorpresa, tipo quella delle «fughe bidone» del ciclismo, quando i grandi lasciano andare le mezze calzette pensando «che tanto poi le riprendiamo» e poi ci restano di sale. 

E c’è stato anche il giallo regalato da un pazzo scatenato, poco dopo il 35esimo chilometro: un ubriacone in costume che si è avventato sul momentaneo leader della corsa, il brasiliano Venderlei Lima, e lo ha bloccato contro le transenne. L’uomo in verdeoro, visibilmente scosso, ha ricominciato a correre, dapprima lentamente, e poi di buona lena per poi spegnersi in un finale che gli ha comunque permesso di conquistare il bronzo e anche di esultare per la prima medaglia del suo Paese nella Maratona.  Ma anche senza il pazzo spintonatore contro un Baldini così non ci sarebbe stato niente da fare, se non tentare di accodarsi al momento del sorpasso per poi desistere e accontentarsi per non sentire scoppiare il cuore e impastare le gambe. 

L’INSEGUIMENTO. Baldini aveva pazientato fino al 25esimo chilometro, quando quello della «fuga bidone» aveva già 35 secondi di vantaggio e sembrava non aver voglia di fermarsi. E dietro, con Baldini, nessuno voleva mettersi a tirare. Si rischiava il frittatone, fra i litiganti poteva davvero godere l’outsider.  E invece il marocchino Gharib, Baldini e il keniano Tergat – tre fra i favoriti – rompono gli indugi e cominciano la caccia al fuggitivo. Gli altri azzurri, Caimmi e Di Cecco cominciano a staccarsi e iniziano a non vedersi più neanche gli spagnoli, temibili concorrenti, almeno sulla carta.

Con i tre big, restano l’altro keniano Wainaina, l’etiope Tolosa, lo statunitense Keflezighi, il britannico Brown.  Si staccheranno via via, uno dopo l’altro, quando Baldini decide che è giunta l’ora di correre verso la leggenda. Si alza gli occhiali da sole e li porta sulla testa, alla Arrigo Sacchi, e va. Va verso l’oro, lui lo sa, lo sente e gli altri forse cominciano a veder minare le loro certezze.  Al trentesimo chilometro però il vantaggio del brasiliano arriva al massimo, 46 secondi. Il tv l’allenatore di Baldini sembra in trance, forse teme davvero il frittatone, forse è scaramanzia. Chi non ha mai smesso di crederci è Baldini, che trova aiuto in Gharib, poi nello statunitense Keflezighi. Il gruppetto dei big si snocciola, il penultimo a cedere è Tergat.

IL SORPASSO. Intorno al 39esimo chilometro, il sorpasso. Baldini – che ha già seminato Keflezighi – raggiunge il brasiliano e lo supera senza guardarlo. Poi Keflezighi passa a sua volta l’ex battistrada ma Baldini ormai è imprendibile: dieci i secondi di vantaggio al 40esimo chilometro. Ormai restano 2.195 metri, di solito sono i più pesanti ma per l’azzurro di Castelnovo Sotto è come se avesse le ali ai piedi: vola, vola, si volta per controllare l’unico che – in teoria, ma molto in teoria – potrebbe ancora rompere il sogno.

IL TRIONFO. Baldini entra nello stadio. Le luci e l’architettura rendono tutto ancor più suggestivo. Sì, avrebbe davvero voluto che fosse così, meglio non poteva essere: ingresso solitario, giro di campo con le curve strette di due secoli fa, lo stadio pieno con il pubblico in piedi che applaude, il nastro azzurro sul traguardo nel quale farsi avvolgere. E poi, subito in ginocchio, un bacio alla pista, uno sguardo al cielo, il giro di campo con la bandiera tricolore. E ancora, la festa allo stadio Olimpico. Lì c’è la premiazione che precede la cerimonia di chiusura. Vai, Stefano: c’è il Brasile che presenta ricorsi su ricorsi, ma il cuore scoppia di gioia. Nessuno potrà fermarlo.
 

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