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IL CASO «L’Ausl mi paga per non fare nulla»

di Tiziano Soresina
IL CASO «L’Ausl mi paga per non fare nulla»

Dipendente invalido 53enne accusa di mobbing l’ente e ha denunciato alla Finanza i vertici della sanità pubblica di Reggio

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REGGIO EMILIA. Alle 7.30 timbra il cartellino, poi si mette al volante del furgoncino elettrico in sua dotazione e gira a zonzo per la città: legge il giornale in un bar, prende il caffé in un altro locale, ogni tanto chiede inutilmente se c’è qualcosa da fare al suo referente.

Succede ogni santo giorno nella sede Ausl di via Amendola e il dipendente del dipartimento cure primarie – incredibilmente pagato 1.250 euro al mese per non lavorare – è il 53enne Domenico Gagliardi, disabile, sposato e con due figli. Si sente completamente inutile e, con rabbia, esprime subito tutto il paradosso che vive sulla sua pelle: «Mi è stata riconosciuta un’invalidità del 75%, ma se da un lato l’Ausl mi cura per la patologia di cui soffro, dall’altra mi distrugge sul piano lavorativo...». Una rabbia che ha portato Gagliardi a denunciare alla Finanza i vertici dell’Ausl per mobbing e “per aver disatteso quelli che sono i precetti stabiliti dal diritto del lavoro in merito al demansionamento illegittimo”.

In tempi di prolungata crisi, di posti di lavoro che saltano a raffica e portano alla più cupa disperazione le persone, questa storia ha davvero dell’allucinante. Da dieci anni Gagliardi è assunto all’Ausl, prima aveva lavorato in Campania come giuntista telefonico. Conviveva con la malattia ormai da tempo quando, nel 2004, vince a Reggio il concorso che gli apre le porte, come operatore tecnico di 4° livello, del settore legale-assicurativo dell’Ausl.

Un impiego che gli piace molto e che lo sprona a tal punto da dilatare a 36 ore settimanali il lavoro svolto, invece dell 31 ore previste dalla legge 104 del 1992 di cui ha diritto per contratto e certificazione medica rilasciata dalla stessa Ausl che ben conosce il suo stato di salute. Protocolla, archivia, smista la posta, lavora sul computer: è ben inserito, i giudizi dei superiori sono positivi e centra pure gli incentivi. Poi nel 2006, all’improvviso Gagliardi viene trasferito – a parità di stipendio – al Dipartimento farmaceutico via Monti Urali e deve lasciare l’ufficio all’ex San Lazzaro. Sul perché di questo trasferimento il 53enne ha una sua idea: «Mi hanno punito per una denuncia che feci nel 2005, poi archiviata dalla procura, per violazione informatica della privacy. Avevo scoperto, insieme ad altri colleghi, che c’era un “buco”nel sistema informatico dell’Asul».

Nel nuovo ufficio deve controllare le bolle: un impegno da pochi minuti e non tutti i giorni vi sono fatture da vidimare... Insomma, un incarico pressoché inesistente e frustrante: il dipendente chiede per iscritto di poter lavorare di più, propone un sistema informatico di archiviazione pratiche, lo stesso dirigente del nuovo settore chiede lumi in amministrazione perché non sa cosa fargli fare, visto che l’attività svolta è del tutto superflua in quanto “a seguito delle nuove modalità operativo del ricevimento/caricamento merce in radiofrequenza presso il magazzino farmaceutico interaziendale, non è più prevista e necessaria l’attività di controllo dei carichi: il sistema funziona ora in modo automatico”. Una situazione che peggiora lo stato di salute di Gagliardi (come certiciato dalla stessa Ausl...) e lo porta ad agire in via legale, chiedendo – tramite una causa di lavoro – l’applicazione della legge 104 per ottenere il reintegro nelle mansioni precedentemente svolte.

Un reintegro accordatogli, in prima battuta, dal giudice Giovanni Strozzi, ma poi negato – in fase di reclamo – da altre due sentenze. Nel 2010 arriva per il dipendente il trasferimento al Dipartimento cure primarie, con ritorno in via Amendola nell’ex villetta svizzera. Deve coprire il ruolo di autista ma in pratica è sfaccendato.

E da quattro anni Gagliardi va avanti in questo modo. «Dipendo da un’infermiera – spiega amareggiato – e non faccio nulla tutto il giorno, mettendo inoltre in pericolo la mia salute, perché mi è stato prescritto da tempo che non posso andare in giro col furgoncino per compiti d’istituto, per garantire la mia sicurezza e quella degli altri. Invece...».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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