Pantano festeggia i superparroci
Messa e rinfresco per don Giuseppe e don Pietro, 90 e 86 anni
CARPINETI. Pantano festeggia i “suoi” sacerdoti. Oggi la parrocchia organizza un momento collettivo per omaggiare don Giuseppe Bottazzi e don Pietro Ganapini. Due religiosi uniti dagli studi comuni, al seminario di Marola, e dal legame con Pantano. Il primo ne è parroco da 48 anni; il secondo, missionario conosciutissimo, qui è nato, nella borgata di Bera. Don Giuseppe e don Pietro, con monsignor Antenore Vezzosi, anch’egli originario di Pantano, alle 16 celebreranno insieme la messa, prima di un rinfresco negli spazi parrocchiali. Don Bottazzi, che domani compirà 90 anni, arriva nel Carpinetano nel 1966. Nato nel 1924 a Pratissolo diventa sacerdote nel 1950. Quell’anno riceve l’ordinazione anche don Pietro, oggi 86enne, compagno di studio di don Bottazzi al seminario di Marola. Don Pietro, missionario, da 53 anni opera nella “sua” parrocchia di Ambanidia, in Madagascar. È il decano fra tutti i missionari della diocesi reggiana, ancora oggi energico e motivato. Ogni anno rientra per qualche giorno in Appennino per salutare i parenti e gli amici, e Pantano organizza momenti di festa. «Questi 2 “giovanotti” camminano fianco a fianco da oltre 70 anni, hanno festeggiato insieme tutti gli anniversari possibili, ma non poniamo limiti alla Provvidenza e diciamo “ad multos annos”», spiega uno dei parrocchiani, Giuseppe Debbi. Don Bottazzi a Pantano «si è trovato a casa, ed ha “abbracciato un campanile”, non lo ha più mollato, o meglio, lo ha restaurato. Ha lavorato più che fatto lavorare. La sua passione per il lavoro manuale è stato indice di una spiritualità benedettina in grado di trasformare il lavoro in preghiera, la fatica fisica ha assunto dignità per divenire espressione di amore per il prossimo, una pastorale ben comprensibile in una realtà contadina». Don Pietro non si lascia scoraggiare dall’età: «Tra i missionari reggiani oggi è il decano, ma il suo sguardo lascia intuire quanti progetti sente di dover ancora realizzare, come se le decine di scuole o strutture sanitarie costruite non fossero che l’inizio».
Adriano Arati
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