«Partire da qui per lanciare la sfida del cambiamento»
REGGIO EMILIA. «Questa Regione ha bisogno di un processo di semplificazione che non sia solo un atto amministrativo. Si stanno perdendo tante opportunità. I talenti troppo spesso incontrano...
REGGIO EMILIA. «Questa Regione ha bisogno di un processo di semplificazione che non sia solo un atto amministrativo. Si stanno perdendo tante opportunità. I talenti troppo spesso incontrano burocrazie, anche tra enti diversi. Per questo serve una proposta che solo una nuova classe dirigente può dare». È la sua parola chiave: snellire l’istituzione e avvicinarla ai cittadini. Ed è da questo concetto che Matteo Richetti lancia la sua campagna elettorale in vista delle primarie del 28 settembre.
Richetti, la sfida è partita.
«Ci siamo presi tempo prima di decidere questa candidatura, che non risponde ad un’ambizione personale, ma alla sollecitazione di tante persone di declinare anche in Emilia-Romagna l’idea di cambiamento che abbiamo formato a livello nazionale con Renzi. La Regione penso di conoscerla, come consigliere ci ho lavorato e ho visto quante cose sono state fatte. Ma oggi c’è bisogno di una revisione».
Ovvero?
«Penso ai tecnopoli, che necessitano di nuovi contenuti: la ricerca pubblica non corrisponde più ai bisogni delle aziende. Il Welfare è straordinario, ma non ci può bastare: c’è un sistema di regole che impedisce anche le relazioni di aiuto. E noi vogliamo smettere il confronto con le Regioni che vanno piano nel nostro Paese, per competere con chi va forte in Europa. Sui servizi si è fatto molto: un processo che ha dato vita alle multiutility. Ma quel processo va completato: queste aziende non possono crescere nei fatturati e anche nelle bollette di imprese e famiglie».
Una bocciatura del modello Errani?
«È lo stesso Errani che riconosce la necessità di una fase nuova. Come diceva Berlinguer: “La sinistra o è di cambiamento o non è”».
Una stoccata a Bonaccini? Cosa vi differenzia?
«La voglia di cambiare. Ma trovo stucchevole il dibattito su continuità e discontinuità. Serve una Regione che si preoccupi di far realizzare idee, non che le ostacoli. E credo sia necessario un patto con i sindaci, reso possibile dalla riforma Delrio, per riordinare le funzioni verso il basso e velocizzare i processi decisionali».
Per molti lei ora sarebbe più vicino proprio al sottosegretario che al premier.
«Il tratto distintivo non è che io sia renziano della prima ora e lui no. Ci si candida perchè si hanno proposte. Anche Graziano sa della mia candidatura: ci lega una vecchia amicizia. Ma a Reggio posso contare su molte persone: da Beppe Pagani ai ragazzi dei comitati Renzi, ai sindaci che stiamo cercando di coinvolgere. Persone che si mettono in gioco: sono la spinta per il cambiamento».
Ma quale ruolo avrebbe Reggio nella sua Regione?
«Reggio, e l’Emilia, ha sviluppato il tema dell’area vasta con minore incisività rispetto alla Romagna, dove sono già state costruite sinergie. L’Emilia deve aumentare la capacità di pensare insieme: Reggio e Modena possono rappresentare una porta verso il nord Europa. Bisogna sviluppare l’asse del Brennero, realizzare finalmente la Cispadana, e capire che siamo il centro tra Europa e Mediterraneo, cambiando approccio per essere protagonisti. Anche nella fase delle nuove Province, con competenze sempre più in prossimità dei cittadini. Ci sono eccellenze, come Reggio Children, la Mediopadana. Ma bisogna lavorare sulle appropriatezze perchè non diventino solo una vetrina di buone prassi». (e.spa.)
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