"Vorrei creare lavoro, ma non posso"
Roberta Cepar, titolare di un allevamento di lepri a Rosano di Vetto, ha scritto a Renzi: "Imposibile ottenere finanziamenti"
REGGIO EMILIA. Indomabili boccoli rossi. Un sorriso contagioso. Lo sguardo determinato. Roberta Cepar è la titolare di uno dei più grandi allevamenti di lepri d’Italia (Allevamento Lepri Ro & Ro) che si estende su 13 ettari a Rosano di Vetto, a 700 metri di altitudine, nel cuore dell’Appennino reggiano. Un sogno diventato realtà. Una realtà che ora si scontra con i cortocircuiti di una politica economica che, in questo caso, impedisce ad un’azienda agricola “sana” di accedere a quei finanziamenti grazie ai quali potrebbe ulteriormente allargarsi, creare nuovi posti di lavoro, generare il fantomatico Pil. Da qui la rabbia, ma non la rassegnazione, di Roberta Cepar che in questi giorni ha scritto una lettera al presidente del consiglio Matteo Renzi raccontando la sua storia di imprenditrice appassionata ed entusiasta “ostacolata” da burocrazia, regole non applicate e opportunità che restano tali.
«Non sono nata contadina - racconta Roberta Cepar - ma per scelta e per amore mi sono spostata da Reggio portando la mia residenza in Appennino. L’azienda è nata da un’idea mia e del mio compagno. Da quel sogno è nato uno dei più grandi allevamenti d’Italia di lepri allo stato brado. All’inizio avevamo un ettaro di terra, oggi ne abbiamo 300: negli anni abbiamo ampliato la superficie coltivata, contribuendo al ripristino ambientale. In questi anni ho sempre reinvestito i proventi, generato valore, assunto operai». E poi? Poi accade che Roberta Cepar, sulla scia dei risultati ottenuti, decide che quella azienda può espandersi. Assumerà altre persone, investirà, diversificherà... Ma, a quanto pare, non bastano impegno capacità ed entusiasmo.
«Nel gennaio scorso - questa l’odissea di Roberta - ho presentato una pratica ad Ismea Fgsa (società di gestione fondi per l’agricoltura ndr) per accedere alla G Card, una garanzia dello stato per un valore di 250.000 euro a fronte di nuovi investimenti. Quando mi è stata rilasciata la G Card ho reagito con immensa felicità. Già pensavo all’ampliamento della ditta, alla possibilità di assumere nuovi operai, cioè di generare Pil, una parola che oggi è sulla bocca di tutti ma sempre con il segno negativo. Invece io sono la prova che il progetto portato avanti è vincente. In cinque anni il mio fatturato è passato da circa 10mila euro nel 2009 a circa 200mila euro nel 2013, con una previsione di oltre 300mila euro nel 2014». Peccato che la fantomatica G Card non sia stata fino ad oggi molto d’aiuto. «Con la lettera della G Card - prosegue l’imprenditrice - sono andata a bussare alla porta di quasi tutti gli istituti bancari, Bnl, Mps, Unicredit, Bper e Banca Popolare. La risposta è sempre stata negativa e non riuscivo a comprendere il perché fino a quando un funzionario bancario mi ha aperto gli occhi: la banca ci guadagna poco e quindi non eroga». Da qui la decisione di scrivere a Renzi: «Com’è possibile - si legge nella lettera - che si parli di credito, di agricoltura, di diversificazione e poi il tutto va a cozzare con banche che fanno ogni cosa fuorché perseguire l’etica per cui sono nate? Oggi siamo tutti soggetti al rating, parola con cui non si mangia, né si produce, né si pagano le bollette. Non vi è lavoro e nei suoi discorsi questa parola compare spesso. Ebbene io posso generare lavoro, basta che le regole cambino o siano rispettate. Vede presidente - così si conclude la lettera - di euro nei forzieri dello stato ne sono finiti molti, è ora che vadano a chi investe a chi produce lavoro. E se una garanzia dello stato non è sufficiente cosa ci vuole?».
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