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«Fra i due big decisivi i voti di Reggio»

di Andrea Mastrangelo
«Fra i due big decisivi i voti di Reggio»

Panarari: lotta fra continuità e rottura introdotta da Delrio. Bersaniani spariti ma se Renzi andrà in crisi tanti cambieranno

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REGGIO EMILIA. Politologo, editorialista, docente di comunicazione politica all’università di Modena e Reggio e alla School of government della Luiss di Roma, il reggiano Massimiliano Panarari rappresenta un osservatorio privilegiato per le primarie del Pd, che fino ad ora si sono consumate più nella caccia al miglior posizionamento che nella presentazione dei programmi. Una campagna elettorale dentro al centrosinistra che ancora una volta precede quella istituzionale

Dopo queste primarie, avrà ancora un senso fare le elezioni regionali? L’Emilia Romagna non avrà già deciso chi sarà il presidente? In fondo gli avversari non sembrano poi così pericolosi.

«A prima vista le elezioni saranno davvero delle secondarie, di nome e di fatto, perché il vincitore dellle primarie ha ottime chance di diventare presidente della Regione Emilia Romagna. Una roccaforte tradizionale per sinistra e centrosinista che però, e qui sta il punto, anche se al momento non si intravedono competitor in grado di impensierire chi siarà designato del Pd, è soggetta a cambiamenti sociali fortissimi».

Si riferisce alla massiccia immigrazione degli ultimi 10-15 anni o alla crisi economica che ha modificato le aspettative e le possibilità di tante famiglie?

«Questi sono precisamente i due fattori più significativi alla base di una mutazione del tessuto socioeconomico di un insieme di territori che siamo soliti pensare come stabile, coeso e quasi immodificabile. Invece i flussi migratori, la crisi fortissima del ceto medio, un generico “nuovismo” tipico di tutte le società postmoderne, per un verso cambiano il cittadino italiano medio – sempre meno militante – della sinistra storica, e per l’altro fanno crescere le aspettative e di conseguenza l’insoddisfazione. Per queste ragioni anche in una regione tradizionalmente di buongoverno ma in cui la vicenda Errani ha rappresentato una svolta, il bersaglio naturale diventa la classe politica».

Non ha l’impressione che l’altra novità di queste primarie è che tutti i personaggi coinvolti in qualche modo finiscano per riportare all’eredità della Margherita? Non c’è più nessuno che sappia rifarsi alla vecchia sinistra?

«Oggi tutti sono diventati renziani, a tal punto da introdurre questa bizzarra distinzione fra quelli della prima ora e quelli arrivati dopo. In questo in una regione in cui l’unanimismo del vecchio Pci continua, mutatis mutandis, a rimanere centrale nel tempo, ritroviamo dei cambiamenti di casacca ma la stratificazione tradizionale dei gruppi dirigenti. Quelli che comunemente chiamano apparati e che vengono dalla tradizione postcomunista per quanto si dicano renziani rappresentano il bacino della classe politica tradizionalmente di sinistra. Ecco allora che si presenta la ghiotta occasione potenziale per gli eredi della Margherita di tentare di contendere per la prima volta la sedia più alta di questa regione. E allora sotto il cappello del monorenzismo ritroviamo quello che è uno dei tratti più marcati e meno risolti del Pd. Ex Ds versus ex Margherita, naturalmente con ricomposizioni e assembramenti. Ma a ben guardare i due nuclei sono quelli che si affronteranno per la conquista del granaio storico del fu-Pci».

Quindi come vede lo schieramento delle forze in campo a Reggio?

«La questione di Reggio risulta molto interessante da osservare. Proprio qui si sviluppò la rottura dopo tanto tempo con l’arrivo in piazza Prampolini di un sindaco non di matrice comunista. Questa è appunto la città di Graziano Delrio, che alcune ricostruzioni nazionali indicano come uno degli sponsor più forti di Matteo Richetti. E gli ambienti più vicini al sottosegretario si sono già schierati da tempo per il candidato cattolico modenese».

Però possibile che persino a Reggio i bersaniani siano svaniti nel nulla? Un tempo non c’era anche chi stava con D’Alema?

«Non c’è dubbio che il renzismo abbia prodotto un’accelerazione di cui è difficile vedere il destino finale, talmente impressionante da farci pensare che i leader tradizionali e storici fossero molto più deboli di quanto appariva. Inoltre in un partito geneticamente di governo come il Pd la scelta primaria è sempre verso chi dà in termini di leadership le maggiori garanzie di vittoria. Ma proprio per questo non ci sarà da stupirci se quando il renzismo incontrerà le prime serie difficoltà i gruppi dirigenti emiliano-romagnoli accorreranno alla ricerca di un nuovo leader».

Non la stupisce che fino ad ora i candidati abbiano messo in mostra le radici più o meno renziste ma non abbiano speso una parola sui programmi? Possibile che nessuno abbia detto cosa vuole fare per sanità e scuola?

«Questo è uno degli elementi decisivi e più critici per i candidati. Le dimissioni di Errani hanno colto di sorpresa i gruppi dirigenti democratici, e questo in parte spiega la lentezza e la lunghezza del processo che ha portato al manifestarsi delle candidature. Al tempo stesso è da molto e troppo tempo che una parte almeno della politica emiliana vive di rendita. Si cita sempre il modello emiliano con la sua eredità senza che sia stata fatta un’adeguata manutenzione e il punto è che, per le ragioni che dicevamo prima e per l’effetto dirompente che la globalizzazione ha avuto anche su questa regione, questo modello andava fortemente aggiornato se non reinventato».

Quali sono i temi sui quali si giocherà la vittoria?

«Verosimilmente la continuità e una “timida” rottura rispetto al lascito di Errani e al modello di Regione che nei suoi tre lunghi mandati aveva realizzato. L’altro riguarderà l’assetto dei territori e i pesi che le varie aree della regione potranno avere da un candidato piuttosto che dagli altri».

A questo proposito, secondo lei Reggio è tutelata dai candidati in corsa?

«Penso che Reggio risulti centrale tanto per Richetti quanto per Bonacini. Schematizzando perché il primo rappresenta quel mondo cattolico incarnato da Delrio che della “rottura” della continuità si è fatto profeta. Mentre il secondo è il garante seppure in termini originali della continuità di cui Reggio è sempre stata un pilastro. In un caso e nell’altro i dirigenti del Pd reggiano godono di buone entrature».

Si attende una vasta partecipazione alle primarie?

«Difficile fare previsioni. La mia impressione è che dopo l’euforia iniziale, si assista di volta in volta a una riduzione dei partecipanti. Se si vuole un numero maggiore di elettori bisogna presentare programmi chiari, distinti e fra loro conflittuali, aumentando interesse per la competizione».

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