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DENTRO LA CRISI «La nostra economia deve avere subito nuove infrastrutture»

di Andrea Mastrangelo
DENTRO LA CRISI «La nostra economia deve avere subito nuove infrastrutture»

Mauro Severi (Unindustria) e le opere viarie indispensabili: «Nuovo casello, collegamento con Sassuolo, via Emilia-bis»

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REGGIO EMILIA. Solo da pochi mesi Mauro Severi è alla presidenza di Unindustria. Un tempo breve nel quale però, fin dalla cerimonia di nomina al Municipale, ha posto sul tavolo alcune carte importanti, a cominciare dalla necessità per la nostra economia di non ragionare più negli angusti ambiti dei confini provinciali ma nell’ottica di area vasta.

01-C_WEBSeveri esprime ora giudizi netti sui perché della crisi in corso e sulle strategie per uscirne. Emerge la necessità di arrivare, a tutti i livelli, a un nuovo rapporto con la politica che non individui più l’impresa solo come soggetto di tassazione e che metta a disposizione infrastrutture non più essere differibili.

Presidente, è ottimista riguardo a questa crisi che non vuole finire?

«Non si può essere imprenditori senza essere ottimisti, anche se ogni giorno ci troviamo a prendere una sberla. Mi viene da dire che quando prendo uno schiaffo io porgo l’altra guancia e vado avanti».

Ma a parte la citazione evangelica, qual è adesso la realtà delle imprese reggiane?

«In realtà non ho un grande motivo per essere ottimista perché vedo tante aziende alle prese con elevati costi del lavoro e quindi di competitività per cause non interne, ma dovute alla scarsa efficienza del sistema-paese. Questo fatto, oltre alla situazione dei mercati, le mette in grave difficoltà e fa sì che siano costrette a ricorrere agli ammortizzatori sociali o in molti a casi a chiudere l’attività. Ciò toglie spazio a lavoratori più giovani in attesa di ingresso nel mercato del lavoro».

Non si intravedono segnali positivi, magari proprio per i giovani?

«All’inizio dell’anno abbiamo avuto alcuni segnali di ripresa che però si sono andati smorzando. Le note buone arrivano però proprio dai ragazzi, fra i quali, dopo anni di rassegnazione, si nota il ritorno della voglia di rimettersi in gioco. Abbiamo avuto molti colloqui interessanti con giovani di 30-35 anni che hanno una gran voglia di impegnarsi e di creare qualcosa di valido».

La vostra associazione da almeno un decennio è impegnata in una campagna mirata a orientare la scelta delle famiglie verso una scuola superiore rispondente alle esigenze del mercato del lavoro. In altre parole, una scelta che prediliga gli indirizzi tecnici. Avete avuto riscontri positivi?

«La scuola italiana valorizza più i licei rispetto agli istituti tecnici che noi vogliamo rilanciare. Non abbiamo mai smesso di lavorare affinché l’istruzione tecnica sia all’avanguardia, favorendo soprattutto la specializzazione. In questo senso vogliamo operare con i nostri associati che hanno sedi all’estero perché gli studenti reggiani possano mettere nel proprio bagaglio anche esperienze all’avanguardia, fuori confine. Tutto questo quando invece assisti a dibattiti a livello nazionale dove viene messa in dubbio l’utilità dell’inglese alle elementari. A Reggio abbiamo l’esperienza davvero positiva dell’Its, una realtà che crea davvero posti di lavoro».

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In concreto di cosa si tratta?

«E’ un bienno di specializzazione postdiploma a numero chiuso, che a Reggio fisicamente si frequenta nella sede del Nobili, nel quale i corsi sono in stretta relazione alle caratteristiche dell’economia territoriale. I ragazzi che escono da questo biennio il posto lo trovano all’istante. E non è l’unica esperienza sul territorio».

A cos’altro si riferisce?

«Mi riferisco all’Einaudi di Correggio, che ha stretto una forte collaborazione con le aziende – che lo hanno dotato anche in un moderno laboratorio – trasformandosi in istituto a indirizzo meccano-plastico, visto che quello di Correggio è un distretto che trova la propria eccellenza nello settore della plastica. E’ un caso unico in regione, ci sono insegnanti specializzati in questo indirizzo industriale. Gli studenti il lavoro lo trovano subito».

Viene però da domandarsi quali siano a questo punto i rapporti con l’università?

«La nostra università ha creato un dipartimento dell’ingegneria meccatronica e questo significa che ha recepito le indicazioni delle imprese. Piuttosto a livello generale bisogna dire che nel nostro campo, cioè con riferimento all’ambito tecnico-ingegneristico, a non funzionare è il sistema delle lauree brevi di tre anni. E’ meglio la specializzazione post-diploma di cui parlavo prima, oppure la laurea completa».

Quali sono le figure professionali di cui oggi Reggio ha bisogno?

«Di sicuro quelle di laureati in meccatronica o di diplomati specializzati in grado di dominare la tecnologia. Il confronto oggi lo si gioca sulla conoscenza dei nuovi materiali».

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E’ dall’inizio della crisi che le aziende si lamentano per la difficoltà di accesso al credito. Com’è la situazione reggiana?

«Come associazione abbiamo sempre avuto buoni rapporti ma è il sistema creditizio nazionale che pone limiti, sono le direttive superiori a ingessare il credito a livello locale. Tutte le banche accantonano somme per fare fronte alle sofferenze, perché non creare un fondo rischi per dare credito anche a chi non ha garanzie o ne ha solo in parte? La fortuna di Reggio in passato si è basata anche sui finanziamenti erogati sulla base di progetti. In altre parole, la garanzia era il progetto stesso, l’idea che vi stava dietro».

Come si può uscire da questo circolo vizioso?

«Abbiamo sperimentato il credito di filiera. Alle spalle di una azienda grossa che gode di assoluto credito possono muoversi tutte quelle che fanno parte appunto della sua filiera, come le aziende fornitrici. La garanzia consiste proprio nel far parte del sistema di un’impresa più grande».

A Reggio i problemi più grossi li hanno le aziende di grandi dimensioni o le Pmi?

«A parte la dimensione, contano tanti elementi, dal settore, ai mercati di riferimento, alla capacità di innovazione, alla visione strategica, alla struttura organizzativa. Le grandi hanno sempre il problema di mantenere elevati ritmi di crescita a fronte di una minore elasticità interna, quelle piccole forse hanno meno legacci. Proprio in termini di elasticità si dovranno giocare tante partite perché le rigidità di un tempo – certo in termini sindacali ma anche in termini di produzione – non hanno più un senso. Adesso l’impresa si fa reinventandola giorno per giorno. Oggi come oggi le grandi aziende reggiane sono tutte leader nel rispettivo settore, ma ne abbiamo anche di medie dimensioni portatrici di progetti stupendi».

Il futuro delle nostre imprese sta solo nell’esportazione?

«Anche nell’innovazione. E quando si parla di estero, bisognerebbe parlare di mercato europeo ed extraeuropeo. Nel primo si vende ancora, anche se le imprese vedono sempre ridursi i margini per la concorrenza spietata a cui sono sottoposte. In America e in Asia va un po’ meglio. Certo che il caos creato da questo clima di guerra non aiuta. Temo che le conseguenze dell’embargo russo non siano state valutate fino in fondo».

01-B_WEBParliamo di rapporti con la politica. Cosa avete da chiedere al Governo, alla Regione, al nuovo sindaco?

«Quanto a Renzi mi allineo a quanto ha detto Squinzi: diamo fiducia al governo sperando nella rapidità delle riforme. Fino ad ora abbiamo assistito solo a spostamenti di carico fiscale, mentre bisognerebbe intervenire sui problemi che frenano la competitività delle imprese. Citavo il costo del lavoro. Un altro esempio. Va tolto di mezzo l’inferno normativo che colpisce le aziende che esportano. Le istituzioni devono ricordarsi che esistono per collaborare con i cittadini, non per vessarli. Dalla Regione ci aspettiamo una riorganizzazione amministrativa perché l’abolizione delle Province è solo un primo passo. Oggi si deve ragionare sulla base di aree-vaste. Che senso ha un confine fra Correggio e Carpi quando il distretto economico è lo stesso? Che senso ha un confine fra Casalgrande e Sassuolo? Che senso ha impiegare 40 minuti per andare a Milano e lo stesso tempo per andare a Guastalla? Le aziende, e questo vale anche per il Comune, non possono essere l’unica risorsa con le loro tasse. Perché far pagare loro i rifiuti due volte quando già fanno in proprio la differenziata?»

Fra i problemi principali quindi sembrano esserci le infrastrutture.

«Esatto. C’è bisogno di una rete viaria attorno alla nuova stazione, Reggio non ha ancora una tangenziale completa, ci vogliono un nuovo casello nella zona di Correggio, il collegamento con Sassuolo, la via Emilia-bis. La Regione deve ripensare una rete metropolitana ferroviaria perché la viabilità è fatta anche per l’economia. Non basta unire realtà preesistenti, come ha dimostrato il caso di Seta, che ha fatto rimpiangere la nostra Act. Queste sono esigenze importanti per le nostre imprese, che meritano attenzione. Perché se dall’estero ritengono ancora che da noi valga la pena di investire, vuol dire che qualcosa lo valiamo davvero».

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