Iren, niente fusioni tra big acquisirà solo pesci piccoli
Vecchi frena: «Sfrutteremo gli incentivi dello Stato per rafforzare l’azienda» Mammi: «La società deve crescere ma senza sprechi né sorprese sulle bollette»
REGGIO EMILIA. «Una cosa è sfruttare incentivi legislativi per rafforzare Iren, un altro è progettare una mega fusione». A due giorni dall’annuncio del piano di aggregazioni tre le multiutility italiane, il sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi dichiara che non ci sarà nessun accorpamento tra Iren e gli altri big del settore energia e servizi. Il comunicato firmato due giorni fa da Vecchi e dagli altri sindaci “azionisti” di Torino e Genova, preannunciava solo la volontà di attingere ad un probabile fondo creato dal governo grazie al quale verrà finanziato l’acquisto di società minori presenti nei territori di riferimento.
SINDACI CAUTI. «Già da tempo abbiamo appoggiato il processo di crescita di Iren tramite l’assorbimento delle realtà più piccole - spiega Alessio Mammi, sindaco di Scandiano e coordinatore del patto di sindacato in Iren dei comuni reggiani - L’obiettivo è quello di allargare il mercato alla ricerca di nuovi clienti. Ma si tratta di un processo che dovrà essere assolutamente graduale, mirato e senza sprechi. Per noi resta di primaria importanza la difesa degli interessi territoriali dei comuni azionisti, senza dimenticare il controllo dei costi che si possono poi tradurre nelle bollette di famiglie e imprese». Per Mammi la strada maestra resta quella dell’acquisizione, evitando così la diluizione delle attuali percentuali azionarie in mano ai comuni reggiani.
NUOVE RISORSE. L’operazione è comunque complessa: c’è la volontà dello Stato di razionalizzare il settore, il via libera dei sindaci azionisti e Iren che deve sempre fare i conti con il fardello dei debiti, ormai prossimi ai 2,5 miliardi di euro. Ad oggi in Italia ci sono quattro multiutility di caratura nazionale, una trentina di medie dimensioni e un sottobosco formato da migliaia di piccole realtà spesso in affanno. Una piramide al vertice della quale ci sono Iren, A2a, Hera e Acea, che dovranno mettere mano al portafogli per comprare le municipalizzate minori. Il dossier accennato dal governo dovrebbe girare su un sistema di incentivi previsti per legge, che permetteranno ai comuni che vendono di tenere l’incasso fuori dal patto di stabilità, e alle quattro big di non ingigantire l’esposizione finanziaria.
L’ALTOLA’ DI TUTINO. «Critico la strategia imposta dall’alto dal governo - dice Mirko Tutino, assessore della giunta Vecchi - Devono essere le singole comunità a poter decidere in autonomia se vendere. La Sabar, ad esempio, opera nella Bassa ed è una società sana che non deve per forza venir mangiata. Senza dimenticare, come già stabilito, che l’acqua dovrà tornare in mano pubblica».
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