Reggio e provincia viste dall'elicottero della Forestale
Così si controlla l'attività dell'uomo e si interviene sugli abusi. Sotto la lente le attività di cava, i tagli boschivi e la gestione dei rifiuti - Il Grande Fiume, guarda le foto

REGGIO EMILIA. Dall'Appennino al Po. Seguendo i confini naturali tracciati dai corsi d'acqua, il Secchia a est e l'Enza a ovest. Per soffermarsi sulla geografia dell'Appennino stesso e poi scendere di nuovo a controllare la città e lo sviluppo delle sue aree urbane.

E' il percorso seguito dall'elicottero del Corpo Forestale dello Stato nei giorni scorsi, sulla nostra provincia. Un'attività di perlustrazione voluta dal comandante provinciale, Attilio Menia, per andare a vedere i fronti sui quali la Forestale è impegnata. Un’azione che, dall'alto, consente di avere una visione d'insieme e uno sguardo assolutamente privilegiato sulla trasformazione che subisce il territorio. Con loro ci siamo andati anche noi, per cercare di capire da vicino quali sono le attività antropiche sul territorio che, seppure necessarie, hanno bisogno di costante controllo.

Nello svolgere questa attività nel Reggiano, oggi, gli uomini della Forestale sono suddivisi in otto comandi stazione. Presidi che in questi mesi hanno subito una trasformazione: come la chiusura di Villa Minozzo e Ramiseto per aprire a Scandiano e San Polo. «Una scelta con una finalità precisa – spiega il comandante Menia – aumentare la presenza nell’area collinare, più ricca di attività umane». E dove, dunque, l’ambiente è potenzialmente più a rischio.
LE CAVE DI SABBIA.

Le attenzioni del Corpo Forestale dello Stato sul Grande Fiume negli ultimi anni hanno riguardato, e ancora riguardano, un’attività importante ma anche invasiva come le estrazioni di sabbia. I controlli vertono sul rilascio di concessioni alle imprese che operano – tutte del territorio, in prevalenza cooperative – ma anche e soprattutto sulle quantità di materiali che effettivamente vengono prelevate. Dall’alto si riesce a vedere come cambia il paesaggio fluviale, anche per effetto dei lavori nelle cave.
«Un prelievo eccessivo di sabbia senza uno studio può provocare danni ambientali, alla vita del corso d'acqua, alla fauna che lo abita e a chi vive vicino ai fiumi, ma anche danni di tipo economico all'Erario per il mancato incasso dei canoni» spiega il commissario capo Giuliano Savelli. Negli ultimi anni, le indagini della Forestale hanno portato a scoprire degli illeciti. Alcuni procedimenti giudiziari sono ancora aperti. Per altre inchieste, va avanti il procedimento amministrativo, che prevede sanzioni anche molto elevate.

LE CAVE DI GHIAIA.
Sugli affluenti del Po che attraversano la provincia di Reggio, come Secchia ed Enza, il discorso è analogo ma riguarda un altro tipo di estrazioni: quelle di ghiaia. Con un impatto, rispetto alla sabbia, altamente diverso: le “ferite” che restano sul territorio sono molto più evidenti. Per questo l'opera di rinaturalizzazione diventa fondamentale.
«La nostra attenzione è rivolta alle cave ancora in uso - puntualizza Savelli - e a quelle dismesse. Il nostro lavoro di tutela, in questo secondo caso, riguarda il paesaggio affinché l'attività impattante sia meno pesante e la riconversione permetta di sviluppare altre risorse: non a caso, alcune cave sono diventate riserva naturale».
LE CAVE DI ARGILLA.

Ma seguendo il corso del fiume Secchia dall’elicottero balzano agli occhi anche altre cave, che dall’alto diventano larghe chiazze gialle: sono quelle di argilla, che un tempo andavano a rifornire il distretto ceramico a cavallo delle province di Reggio e Modena.
«Oggi molte sono dismesse – prosegue Savelli – La nostra attenzione ovviamente qui allora riguarda i lavori di ripristino. Dove mancando i substrati più superficiali, i processi ecologici diventano più lenti. L’opera di riconversione riguarda la creazione di terrazzamenti e l’impianto di un certo tipo di vegetazione che consenta alla vegetazione stessa di riappropriarsi di quel pezzo di territorio».
LA DISCARICA DI POIATICA.

Ma non sempre le ex cave vengono riconsegnate alla natura. E’ il caso della discarica di Poiatica, un tempo cava di argilla. L'elicottero della Forestale è passato anche su quella vasta fetta di Appennino trasformata in deposito di rifiuti.
E sulla quale per altro è in corso un'indagine voluta dalla procura di Reggio e che coinvolge anche la Forestale: l'intento è chiarire quali tipi di rifiuti negli anni sono stati depositati qui e dare una risposta ai cittadini riuniti in comitati che denunciano, secondo quelli che sono stati i loro rilevamenti, anomali livelli di radioattività.
«Se si parla di rifiuti, la discarica di Poaitica è solo la punta di un icerberg. I rifiuti ci sono dal Cusna al Po – sottolinea Savelli – Tocca alle forze di polizia distribuite sul territorio per aree di competenza affrontare il problema su tutto il territorio».
I TAGLI BOSCHIVI.

Arrivando in volo sull'Appennino, gli occhi della Forestale sono rivolti ai cosiddetti “tagli boschivi”. Fuori e dentro il Parco nazionale. «Su questo fronte - evidenzia Savelli - la nostra deve essere una attività soprattutto preventiva: evitare, cioè, che i danni vengano fatti. Agire, dunque, a monte. E’ un’azione particolarmente importante perché le conseguenze a cascata arrivano sia sull'ambiente, che sull'uomo. Anche dopo anni». Come? «Una corretta gestione del taglio boschivo consente al bosco di ricrescere e dal punto di vista idrogeologico il terreno è più stabile». Scongiurando così una emergenze che in questi ultimi anni si è spesso imposta: quella delle frane.

«L’attività antropica è necessaria. Le norme servono per renderla sostenibile o il più sostenibile possibile. Vigilare sul suo rispetto è il nostro lavoro» conclude il commissario capo.
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