Primarie, «da Renzi nessun briscolone»
Richetti e Bonaccini: non si torna indietro, il premier si occupa del Paese
REGGIO EMILIA. E venne il giorno di Matteo Renzi, atteso alle 17 al parco Nord di Bologna nell’evento di chiusura della festa nazionale dell’Unità. E, con il suo arrivo, sale l’attesa per ciò che il premier dirà sulle Regionali, alle prese con una corsa alle primarie che stenta decollare, su cui incombono continue indiscrezioni di un “briscolone” calato dall’alto: un nome condiviso – a lungo identificato anche con il sottosegretario Graziano Delrio (che ha già smentito più volte) e con il ministro Giuliano Poletti – invocato da molti dopo il passo indietro del sindaco di Forlì, Daniele Manca, sul quale non si è riusciti a far convergere l’intero partito.
Un’ipotesi che al momento potrebbe prendere quota per scongiurare l’eventuale rischio “flop” delle urne, alimentata da voci di sondaggi preoccupanti e dalla cancellazione del confronto fra candidati, ma smentita ieri sia da Stefano Bonaccini che da Matteo Richetti, i principali sfidanti del 28 settembre, che non credono che Renzi arriverà a Bologna per risolvere la partita, continuando ad affilare le armi in vista della consegna delle firme.
«Da Renzi mi aspetto che con la chiarezza che conosciamo ci indichi le priorità dell’agenda di governo con cui cambieremo l’Italia e cambieremo verso alle politiche di austerity dell’Ue, passando dalla recessione ad una nuova crescita - afferma Bonaccini, per il quale si sono formati 21 comitati reggiani, toccando quota 850 firme in due giorni – Non ci sarà nessun “briscolone”: le personalità in campo sono già di alto profilo nazionale».
Per Richetti, «Renzi verrà a parlare di un’azione di governo che ha obiettivi ambiziosi. Pecchiamo di provincialismo se pensiamo che il futuro dell’Emilia-Romagna debba essere coordinato dal gruppo dirigente nazionale. Credo che non restituisca il giusto merito alle nostre competenze. Lo stesso Renzi ha contrastato e vinto non delle persone, ma delle logiche. E una di queste era proprio quella di imporre decisioni dall’alto senza che i territori trovassero una migliore espressione di sé».
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