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I reduci di Zonderwater a raduno

I reduci di Zonderwater a raduno

Nei loro racconti le storie del grande campo di prigionia di italiani

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REGGIO EMILIA. Ai più, anche se appassionati di storia, “Zonderwater Block” non dirà nulla. È una vicenda, questa, infatti semi sconosciuta, nonostante rappresenti un tassello della storia italiana durante il secondo conflitto mondiale.

“Zonderwater”, che in lingua boera significa “senza acqua”, fu il più grande campo per prigionieri italiani. Quelli che vennero catturati prima che il gioco di alleanze cambiasse e che continuarono a rimanere lì, anche molto tempo dopo la fine della guerra.

Pietro Abbenda, classe 1917, Raffello Cei, classe 1920, Italo Marchetti, classe 1920, Pietro Scottu, classe 1918 e Osvaldo Luparini, classe 1919, furono rinchiusi qui insieme a quasi altri 110.000 militari e civili italiani, per un periodo che andò dal 1941, ovvero al termine della battaglia di Sidi El Barrani, al 1947. Tra questi anche alcuni reggiani, come Luigi Pederzoli classe 1914 originario di Gattatico, morto qualche anno fa.

Pietro, Raffello, Italo, Pietro e Osvaldo si sono ritrovati ieri, all'agriturismo La Razza, per il quarto raduno degli ex prigionieri italiani in Sud Africa, con un pensiero ad altri tre sopravvissuti, ora arzilli ultracentenari, che non hanno potuto raggiungerli. Con commozione, i cinque hanno raccontato le loro vicissitudini: la partenza dall'Italia per le colonie e la guerra, le tragiche condizioni in cui versava l'esercito italiano, abbandonato a sé stesso in quelle drammatiche condizioni climatiche, le sconfitte, la prigionia, le privazioni, il rapporto con i carcerieri anglo-americani, il tanto atteso ritorno a casa.

Dei 18 campi principali, 3 erano fissi, e uno di questi era Zonderwater, per un sistema che contava fino a 43 altri piccoli campi di transito: questo è ciò che emerge dai documenti e dai ricordi dei sopravvissuti. Carpentieri, braccianti, ecco qual'era il destino dei prigionieri italiani dopo la cattura; ma qualcuno fu più fortunato, finendo per lavorare alle mense o in infermeria.

Pietro Abbenda, 97enne ieri presente, della sua prigionia ha scritto un diario (consultabile sul sito diariodiunprigioniero.it): una testimonianza sulla vita nelle baracche, su quel dormire per 5 anni in giacigli di pagliericcio - che Pietro ricorda, dopo le lunghe giornate di lavoro, come «letto di soffici piume» - sulla gamella di zuppa e la fettina di pane servita a cena «che ci appagava tutti e mano a mano cominciavamo a riprenderci lasciando alle spalle le sofferenze maggiori che hanno portato a lesioni fisiche a più di qualcuno».

All'interno dello Zonderwater Block, recintato da filo spinato e sorvegliato da sentinelle armate, i POW (prisoners of war, ovvero i prigionieri di guerra) potevano circolare liberamente. Qualcuno qui imparò un mestiere. Ma sempre di prigionia si trattava: molti impazzivano e dovevano essere ricoverati in uno speciale Block del campo. C'era chi tentava la fuga verso il Mozambico, dov'era possibile trovare un Consolato italiano; i più cercavano semplicemente di sopravvivere. In attesa di una liberazione che per qualcuno è arrivata solo 2 anni dopo la fine della guerra. Perché così tanto tempo dopo? Le possibili risposte le ha date Emilio Coccia, presidente dell'associazione Zonderwater Sud Africa e giunto ieri da Pretoria: «Difficoltà logistiche. La scarsità di mezzi disponibili. Ma molti ex prigionieri sono convinti che vennero ostacolati perché si temeva ciò che essi avrebbero potuto raccontare, influenzando elezioni o il referendum monarchia/repubblica».

Andrea Montanari

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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