Dati allarmanti, alcol e fumo già alle medie
Storani del Centro di prevenzione: «Persi i riferimenti educativi, i genitori li scaricano sulle scuole»
REGGIO EMILIA. Non sono solo i due 21enni fioranesi e la ragazzina di 17 anni i protagonisti dell’infausta vicenda di Baiso. Aspettando che la giustizia faccia il suo corso, e la verità di quella terribile notte venga a galla, c’è un responsabile contro cui va puntato il dito: lo sballo. Questa nuova forma di divertimento sbagliato, squilibrato, che si basa sulla perdita del controllo, sulla perdita di sé.
Da dove partire per affrontare un fenomeno ormai così diffuso?
«Dai dati – risponde il dottor Simone Storani, responsabile del Centro Luoghi di Prevenzione –. In Italia la prima causa di morbilità (ovvero di malattia e morte dovuta a un fattore specifico) è il fumo, con 90mila decessi all’anno. Al secondo posto troviamo l’alcol, con 30mila morti. Diecimila persone all’anno, infine, muoiono per l’uso di sostanze illegali».
Nonostante questo le persone continuano a fumare e a bere...
«Non solo. I dati Passi (l’acronimo sta per Progressi aziende sanitarie per la salute in Italia, ndr) fotografano una realtà ancora più preoccupante. In Emilia Romagna il 29% della popolazione fuma, con un picco tra i 25 e i 34 anni. Ma i dati più preoccupanti sono quelli che riguardano i ragazzi: il 23% dei 15enni, il 6% dei 13enni e l’1% degli 11enni è un fumatore».
Per quanto riguarda l’alcol, invece?
«Purtroppo il modello mediterraneo, che porta a consumare alcolici durante i pasti, sta cedendo il passo al “Binge drinking” nordico: un consumo di grandi quantità di alcolici in un’unica occasione. Ed è proprio a questo comportamento che si stanno uniformando i giovani, con tutte le terribili conseguenze del caso: gli incidenti stradali sono la prima causa di morte al di sotto dei 24 anni, senza considerare la perdita di controllo che sfocia in risse, violenze domestiche, violenze sessuali. E anche qui bisogna dare i dati regionali: il 5% degli 11enni ha già un rapporto alterato con gli alcolici, così come l’8% dei 13enni e il 25% dei 15enni. Fino a vent’anni fa i giovani si avvicinavano a fumo e alcol intorno alla maggiore età».
Come mai l’età di consumo si è così notevolmente abbassata?
«Senza dubbio perché oggi tali sostanze sono molto più accessibili. E poi perché la nostra società ha perso qualsiasi punto di riferimento educativo e valoriale. Non basta elencare ai ragazzi i rischi provocati da fumo e alcol: spesso i ragazzini bevono perché hanno un disagio relazionale (con la famiglia, con gli amici, con l’amichetta) oppure per una pressione da parte di loro coetanei. Non adeguarsi a un modello di comportamento del gruppo significa rimanere esclusi dal gruppo. In questa mentalità bere e fumare è un po’ come avere Facebook: permette di farsi tanti amici».
Cosa si può fare, dunque?
«Il Centro Luoghi di Prevenzione, insieme all’Usl di Reggio e alla Regione, collabora con molte scuole e usa canali di comunicazione differenziati, che vanno ad accrescere la consapevolezza dei ragazzi. E i risultati ci sono: nelle classi in cui abbiamo lavorato si registra una riduzione della percentuale di fumatori doppia rispetto alle classi dove non siamo stati. Il modello è così efficiente che la regione Emilia Romagna lo sta esportando anche in altre province».
In che cosa consiste il vostro programma di prevenzione?
«Il progetto “Scuola che promuove salute” punta a cambiare gli stili di vita e lo fa appoggiandosi trasversalmente a docenti, genitori, ma anche al personale non docente, alle associazioni del territorio, ai medici, agli infermieri. Innanzi tutto agiamo sul contesto: è difficile insegnare ai ragazzi a non bere e non fumare se gli stessi educatori e familiari bevono e fumano. Poi non ci affidiamo mai a un esperto che entri in classe e parli dalla cattedra del problema: sono i docenti a declinare il tema della prevenzione e della salute nelle rispettive materie di insegnamento. Questo permette ai ragazzi di sviluppare competenze trasversali fondamentali per cavarsela in ogni situazione: capacità di riconoscere le emozioni, di pensiero critico, di risolvere problemi, di comunicare sentimenti e pensieri in modo efficace. L’ultimo strumento che utilizziamo è quello dell’educazione tra pari. Questo metodo funziona perché il giovane individua sempre come modello i suoi coetanei».
Abbiamo parlato di docenti ed educatori, ma i genitori che peso hanno in tutto questo?
«È indubbio che il modello educativo parte dalla famiglia. Purtroppo in questi anni è emerso che i genitori sono presenti fino alle medie, poi c’è un disinteresse, e la famiglia delega la funzione educativa alla scuola. C’è bisogno di un forte risveglio da parte dei genitori, di una loro maggior attenzione e partecipazione. Non possiamo dire ai nostri figli che bere fa male e poi alzare il gomito a cena. È necessario che il messaggio educativo sia unico: genitori, familiari, docenti, educatori e operatori sanitari devono fare muro. Il nostro avversario è la pubblicità e la lotta è impari: l’unica arma che abbiamo è quella di accrescere una coscienza comune».
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