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Samuele Sentieri ha fatto “sua” la vetta del Manaslu

Luca Tondelli
Samuele Sentieri ha fatto “sua” la vetta del Manaslu

L'alpinista di Collagna sulla cima di 8.163 metri alle 7.24 di ieri. I tre compagni di spedizione: "La gioia di uno è la gioia di tutti"

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COLLAGNA (Reggio Emilia). Erano da poco passate le sette del mattino di ieri, quando l’Appennino reggiano ha gioito per l’impresa della spedizione dei quattro alpinisti di Collagna alla volta del Manaslu.

La spedizione, composta da Massimo “Ruffo” Ruffini di Collagna (guida alpina alla sua terza esperienza extraeuropea), Mauro “Mauretto” Zannoni (guida alpina e maestro di sci di Alleghe di Belluno), Samuele “Sammy” Sentieri di Collagna (maestro e allenatore di sci) e Nicola “Dapo” Campani (alpinista e tecnico del soccorso alpino), era partita a fine agosto.

Alle 7.24, ora italiana, di ieri (11.09 ora nepalese) Samuele Sentieri è infatti riuscito a raggiungere la vetta dell’impegnativa montagna nepalese, posta a 8163 metri. È il secondo ottomila raggiunto da Sentieri, dopo la vetta del Gasherbrum raggiunta nel 2011 insieme a Fabrizio Silvetti, e dopo che nel 2012 aveva compiuto un’altra impresa di alto livello raggiungendo la cima del Denali, principale vetta dell’Alaska, per poi ridiscenderla sugli sci.

La notizia del raggiungimento della vetta del Manaslu è stata data direttamente di compagni di spedizione di Samuele “Sammy” Sentieri, sul sito www.manaslu2014.com, dove gli alpinisti hanno scritto ogni giorno da fine agosto.

«Oggi, mercoledì 1 ottobre 2014, alle 11.09 ora nepalese, le 7.24 del mattino a Collagna, Samuele ha raggiunto la vetta del Manaslu a 8.163 metri – si legge nel blog – “ Ruffo” è rimasto con lui fino a quota 7.800 per poi decidere (scelta coraggiosa, professionale, ma mai facile) di rientrare a Campo 3 da dove entrambi erano partiti questa notte. In questo momento (10 di mattina in Italia) “Ruffo” è già in tenda a Campo 3, mentre Samuele sta scendendo da Campo 4 e lo raggiungerà tra poco per passare lì la notte. Stanno bene entrambi. Nicola e Mauro (gli altri due alpinisti della spedizione, che hanno scritto questi aggiornamenti sul sito, ndr) li aspettano domani al Campo Base per gli adeguati festeggiamenti».

Un’impresa che ha suscitato entusiasmo e soddisfazione in tutto l’Appennino, tanto che sul sito si sono susseguiti senza interruzione i complimenti e i saluti ai quattro alpinisti.

Un ulteriore aggiornamento è stato poi postato sul sito per rendere conto dello stato d’animo del gruppo a seguito del raggiungimento della vetta: «In un team tutti lavorano per la buona riuscita dell’impresa. Tutti indistintamente. Ogni membro – si legge – mette tutto quello che ha a disposizione degli altri: la competenza, la dedizione, la capacità. Senza vanto, senza menzogna e con passione. Chi da gregario, chi da campione. Ma quando il team è composto da quattro amici, la delusione di uno è la delusione di tutti, la gioia di uno è la gioia di tutti. “Sammy” ha concluso la corsa che tutti noi abbiamo condiviso, tagliando un traguardo prestigioso in un modo memorabile. “Ruffo” ne sta condividendo la gioia in un fraterno abbraccio, che io e Mauro (le penne del commento, ndr) immaginiamo e condivideremo domani al Campo Base, vedendo i loro volti sfiniti ma felici».

Il coronamento della spedizione è arrivato proprio quando il maltempo, arrivato proprio i giorni scorsi sulla zona, sembrava poterla mettere a rischio: era nevicato abbondantemente sui campi “alti”, tanto che per raggiungerli era stato necessario avanzare nella neve fresca.

Una bella soddisfazione anche perché la vetta è stata raggiunta senza ausili esterni, un fattore che nei giorni scorsi i quattro alpinisti avevano segnalato: «Samuele e “Ruffo” sono saliti al campo 3 a 7mila metri con la tenda, le provviste, le bombole di gas, tutto sulle loro spalle, ma il peso più grande è notare che quando arrivano gli altri, trovano tutto pronto: la tenda montata, l’acqua pronta, il tè caldo e una mano tesa che permette al “cliente” di adagiarsi rapido in un sacco a pelo asciutto. Sono lassù da due ore: hanno preparato la piazzola, tirato su la tenda, assicurato i “corpi morti” per avere la certezza di trovare il giaciglio in caso di bufera durante la “passeggiata” verso la vetta. Hanno fatto acqua, si sono rifocillati ed ora è – si legge nel commento sul sito – il momento della rabbia, una rabbia sana. È la voce dell’orgoglio nel voler rivendicare “il come” si fanno certe cose, l’orgoglio di un mestiere e di un modo di vivere la montagna: ci chiedono di dirlo, che qui tutti gli altri hanno i loro portatori».

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