Gazzetta di Reggio

Reggio

Sesso appestata da odori nauseabondi

di Martina Riccò
Sesso appestata da odori nauseabondi

Si riaccende la polemica sul centro di compostaggio di Mancasale. I cittadini: «Iren non ha mantenuto le promesse»

4 MINUTI DI LETTURA





REGGIO EMILIA. Si era detto che la piattaforma di compostaggio di scarti verdi di via Raffaello, a Mancasale, sarebbe stata ridimensionata. Si era detto che altri due siti – uno per la provincia e uno per la collina – sarebbero sorti per raccogliere gli sfalci in eccesso. Si era detto anche che gli odori nauseabondi non avrebbero più appestato l’aria e che, alle chiamate dei cittadini, Arpa sarebbe uscita per rilevare e analizzare le sostanze emesse.

Ma, sabato sera, i miasmi pestilenziali hanno nuovamente invaso Sesso, riaccendendo le antiche polemiche.

«Dopo un’estate tranquilla e senza odori – racconta Alessandro Bonini, referente del Comitato Salute e Ambiente dell’area nord – siamo ripiombati in pieno nel problema. Viene da pensare, allora, che tutti i provvedimenti che erano stati promessi durante la commissione consiliare di dicembre non siano mai stati realizzati».

Con l’arrivo del caldo autunno – e la fine dell’estate fredda e piovosa – i nodi sono infatti venuti al pettine.

«Sabato sera ancora una volta non si respirava – prosegue Bonini – e, ancora una volta, le persone con problemi asmatici e respiratori sono state costrette a rimanere in casa con le finestre chiuse».

Gli odori di sabato, oltre a causare problemi a chi vive nelle vicinanze della piattaforma di compostaggio, hanno poi rimesso sull’attenti comitati, cittadini e commercianti che, fino a qualche mese fa, si erano mobilitati per far controllare l’impianto. Sì, perché se sabato sera l’aria era irrespirabile, significa che i problemi della piattaforma non sono stati risolti. E forse neanche mai affrontati.

«Dopo aver fatto sentire la nostra voce attraverso i giornali eravamo riusciti a ottenere l’appoggio dei 5 Stelle che avevano presentato un’interpellanza in consiglio comunale – spiega Bonini – e poi, in dicembre, eravamo riusciti a prendere la parola in commissione consiliare e spiegare che cosa eravamo costretti a sopportare a causa della piattaforma di compostaggio. In quell’occasione avevamo anche ottenuto da Iren l’ammissione che l’impianto di Mancasale lavorava 5 volte tanto quello che avrebbe potuto lavorare. Significa che la montagna di sfalci e fanghi depurativi era alta 15 metri invece di 5. Non è proprio la stessa cosa, soprattutto perché il limite di altezza, per quell’impianto, sarebbe di 2.5 metri». Costretta ad ammettere che la piattaforma di via Raffaello lavorava con un quantitativo eccessivo di materiale, Iren aveva assicurato che gli sfalci verdi della provincia di Reggio Emilia sarebbero stati raccolti a Mancasale per la prima fase – quella in cui la parte verde viene mescolata ai fanghi depurativi delle fognature – e poi spedita a macerare in altri due siti: la Sabar di Novellara per la provincia e un’altra piattaforma per la collina.

«Peccato che siamo andati a visitare la discarica quando, due settimane fa, è stata aperta al pubblico – dice amareggiato Bonini – e del sito per il compostaggio non c’era alcuna traccia. Significa che tutti gli sfalci sono ancora a Mancasale e che Iren non ha mantenuto la parola data».

Non solo. Se fino a qualche mese fa era possibile telefonare al 118 e far uscire immediatamente qualcuno che analizzasse le sostanze nell’aria, adesso la procedura risulta decisamente più complicata.

«Ora dobbiamo rivolgerci all’Arpa – conferma Bonini – ma dopo le 18 le telefonate vengono deviate a un call center di Bologna a cui spetta il compito di allertare i responsabili provinciali reperibili. I tecnici reperibili, però, prima di intervenire richiamano l’utente per sapere se il problema persiste. Significa che, se va bene, l’intervento non avviene prima di due ore dalla chiamata iniziale. Ma in due ore – prosegue – le sostanze inquinanti si disperdono nell’aria, non vengono più rilevate e diventa impossibile identificare la fonte dell’inquinamento. È difficile pensare che si tratti di una casualità: sembra quasi che questa procedura sia stata pensata per impedire di analizzare che cosa provoca quegli odori nauseabondi e le micotossine che vengono liberate durante la lavorazione. Non per niente, in altre regioni, la legge obbliga a produrre il compostaggio in luoghi chiusi e dotati di un’efficace impianto di aspirazione: facendo tutto all’aperto si rischia di nuocere gravemente alla salute di chi lavora nell’impianto e di chi ci vive vicino».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google