Gazzetta di Reggio

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Festa grande per i 25 anni dell’Avo

Correggio: nata nel 1989, ora l’associazione conta su un centinaio di volontari

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CORREGGIO. Grande festa al centro sociale 25 Aprile, questo sabato, per i primi 25 anni di attività dell’Avo. Nata nel 1989 da un gruppetto di volontari animati da Cesare Davoli, l’Avo di Correggio è stata un’esperienza proposta dall’allora parroco di San Quirino, don Alcide.

«È stato il don a chiedere ai primi “missionari” di provare e portare anche a Correggio l’Avo – ricorda la presidente Renza Vezzani – ma allora non sapevano come muoversi essendo per loro un’esperienza tutta nuova. Per questo hanno iniziato il confronto coi volontari di Reggio e Guastalla».

E il percorso è stato tutto in salita: con quasi un centinaio di volontari odierni e un rapporto tra medici, operatori e pazienti notevolmente migliorato, Avo è uscita ben presto anche dai confini di Correggio arrivando a San Martino in Rio nel 1992 e a Fabbrico, al fianco degli ospiti delle case protette, nel 2011. «Il percorso dell’Avo è stato tutto in divenire: i volontari hanno dovuto costruirsi un’identità, capire quali spazi potevano occupare all’interno delle strutture ospedaliere, come confrontarsi con gli operatori e i medici. Da allora ad oggi è stato fatto un gran lavoro e alla fine la collaborazione reciproca ci ha permesso di superare in fretta le difficoltà, e tutto questo è andato a beneficio del malato». Ed è proprio per il malato che è iniziata l’avventura Avo. «Il nostro non è un lavoro del “fare”, è un sostegno morale, umano. Siamo accanto al malato per non farlo sentire solo, abbandonato e la nostra presenza è un “dono”». Adesso sono circa un centinaio i volontari e, tra questi, ce ne sono sette che “esercitano” da più di 25 anni. «Molti sono subentrati, altri lasciano per motivi di salute o nipoti; c’è un costante ricambio, ma ci sono sempre molti giovani, e di questo siamo molto soddisfatti. Ovviamente cerchiamo sempre nuove leve ma il nostro è un servizio di volontariato diverso dagli altri: si tratta di un volontariato di rapporto, interazione e dialogo terapeutico col malato». Chiunque, però, può entrare nella famiglia Avo. «Basta solo avere una motivazione umana», conclude Renza Vezzani. (s.p.)

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