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Impreditore calabrese in carcere

Impreditore calabrese in carcere

Rubiera: il 60enne condannato per riciclaggio, era stato aiutato da ’ndrangheta e Cosa Nostra

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RUBIERA. E’ rinchiuso in carcere a Reggio da mercoledì pomeriggio il 60enne Antonino Napoli, imprenditore calabrese residente a Rubiera, dove dovrà scontare un residuo della pena di due anni, otto mesi e quattro giorni in seguito alla condanna, divenuta esecutiva, arrivata dal tribunale di Palmi.

L’uomo era stato arrestato, insieme ad altre 19 persone, nell'ambito di una vasta operazione condotta nell'agosto 2011 sotto la direzione della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria che di fatto bloccò un'azione di riciclaggio messa in piedi attraverso l'intermediazione di esponenti di spicco della ’ndrangheta e di Cosa nostra.

In quell'occasione finirono in manette venti persone in tutta Italia, con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio, alla truffa e alla falsificazione dei titoli di credito. In seguito a questi fatti Napoli – originario di Polistena – venne condannato a tre anni e due mesi di reclusione, ai quali vanno sottratti i periodi di carcerazione già scontati. L'uomo è stato arrestato mercoledì pomeriggio dai carabinieri di Rubiera, che hanno provveduto a condurlo alla Pulce. Il primo riscontro della complessa indagine nella quale è coinvolto Napoli si ebbe con un sequestro a Rosarno (Reggio Calabria) avvenuto il 29 settembre del 2009, esattamente cinque anni fa. In quella circostanza avvenne il sequestro di un certificato di deposito in oro del valore nominale di 870 milioni di dollari (circa 39 miliardi di euro), operato nei confronti di due persone originarie di Taurianova, vicini alla cosca Fazzalari- Viola-Avignone. Nell'ambito della stessa inchiesta, nell'agosto 2011 risultò implicato nella vicenda anche un altro residente nel Reggiano (sempre a Rubiera) ma la cui posizione risultò essere più "leggera" in quanto sembra che abbia soltanto partecipato alle fasi per trattare la cessione del titolo.

All’epoca, le prime indagini sembravano aver portato alla luce un intrigo internazionale dietro a questo certificato, ma poi gli approfondimenti hanno portato a ricondurre il titolo a un’alleanza tra famiglie legate alle ’ndrine calabresi e alle cosche siciliane. (a.v.)

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