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Picchiato sull’autobus, nessuno lo aiuta

di Martina Riccò
Picchiato sull’autobus, nessuno lo aiuta

Canossa: 16enne si lamenta perché 5 ragazzi fumano sulla corriera, loro gli spaccano il naso. E l’autista lo abbandona

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CANOSSA (Reggio Emilia). Quando tuo figlio viene picchiato a sangue da un gruppo di bulli e lo vedi varcare la porta di casa, al ritorno da scuola, con il naso rotto, puoi chiuderti nel silenzio e sperare che questo basti per salvarlo da future aggressioni, oppure puoi raccontare quello che è successo. E denunciarlo.

È quello che ha fatto, con molto coraggio, la mamma del 16enne di Canossa che lunedì scorso è stato aggredito sul pullman da cinque ragazzi più grandi (e grossi) di lui.Ma il coraggio non è un’esclusiva della madre: il 16enne, che starà a casa da scuola fino a martedì prossimo a causa della grave frattura al setto nasale, ha già detto che non smetterà di prendere l’autobus. «Ci mancherebbe altro», dice.

La vicenda di cui è stato lo sventurato protagonista, però, non è affatto da sottovalutare. Non solo perché fa luce su un fenomeno – quello del bullismo – che è ormai diventato incontenibile, ma perché evidenzia che ciò di cui i bulli si nutrono è l’indifferenza di chi assiste ai pestaggi. Non era la prima volta che quel gruppetto rumoroso e strafottente saliva sul pullman della linea San Polo-Parma, e non era la prima volta che infastidiva i presenti. Ogni giorno, dall’inizio della scuola, i cinque ragazzi – di origini marocchine – salivano, occupavano i sedili posteriori, accendevano la musica a tutto volume, fumavano e provocavano gli altri studenti con occhiate e battutacce. Tutti si lamentavano, ma nessuno faceva niente.

Finché, venerdì scorso, il sedicenne ha deciso di mettere fine a questa ridicola commedia ed è andato a dire all’autista che qualcuno stava fumando sull’autobus. Come se lui non avesse sentito l’odore. O non avesse visto che cosa stava succedendo dallo specchietto. La denuncia del ragazzino, comunque, è stata ignorata e nessuno ha più fatto nulla.

O quasi. Il lunedì successivo, infatti, i cinque bulli si sono vendicati su chi aveva “fatto la spia”, ovvero su chi si era stancato di accettare che quel gruppetto facesse il bello e il cattivo tempo e aveva trovato il coraggio di denunciare ciò che tutti avevano avuto sotto agli occhi per più di un mese. La regolazione di conti è stata rapida e brutale: appena saliti sull’autobus, i cinque ragazzi hanno accerchiato il sedicenne e hanno iniziato a riempirlo di calci e pugni. Tutt’intorno nessuno ha mosso un dito o detto una parola.

La pioggia di colpi è continuata per un paio di fermate, poi “la spia” è stata trascinata fuori dal pullman all’altezza di piazza Fanfulla, a Traversetolo. I bulli intendevano finire in campo aperto quello che avevano iniziato sulla corriera, e per farlo avevano addirittura preso il martelletto che si usa per spaccare i vetri degli autobus in caso di emergenza.

Ancora una volta, nessuno ha mosso un dito o detto una parola. E se non fosse stato per un amico del sedicenne, l’autista sarebbe ripartito lasciandolo alla fermata sbagliata e in balia di quei delinquenti.

«Quando sono risalito sull’autobus con il naso rotto – racconta il ragazzino – sono andato dall’autista e gli ho chiesto se aveva visto cosa mi avevano fatto. Per tutta risposta lui mi ha detto: “Non è colpa mia”». E ha messo in moto, senza neanche chiamare i carabinieri, permettendo ai picchiatori di farla franca.

«Non pretendevo che qualcuno si mettesse in mezzo e rischiasse per me – conclude il ragazzo – ma dovevano chiamare il 112. Invece l’autista, che aveva visto tutto perché ci sono i monitor di sorveglianza, ha fatto finta di niente e mi avrebbe addirittura abbandonato in piazza Fanfulla».

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