Urne aperte in Provincia Ed è subito protesta
REGGIO EMILIA. «Non votiamo per la nuova Provincia, abbiamo una democrazia che non ha niente da invidiare a quella “cinese” di Hong Kong». Presa di posizione secca quella di 32 consiglieri di...
REGGIO EMILIA. «Non votiamo per la nuova Provincia, abbiamo una democrazia che non ha niente da invidiare a quella “cinese” di Hong Kong». Presa di posizione secca quella di 32 consiglieri di diversi Comuni reggiani, che oggi riconsegneranno la scheda elettorale al seggio e organizzeranno un presidio, alle 11 di fronte alla sede della Provincia in corso Garibaldi, a cui gli organizzatori invitano tutti gli abitanti. A protestare, diversi esponenti di sinistra – come la reggiana Lucia Lusenti e il casalgrandese Alessandro Medici – e dei 5 Stelle, oltre ad appartenenti a liste civiche, che contestano le modalità per la scelta dei rappresentanti della nuova Provincia, con il voto in programma oggi dalle 8 alle 20. I trentadue oppositori parlano di una «privatizzazione della politica» e di «eliminazione del diritto di voto universale, oltre che di restringimento della rappresentanza territoriale e di un risparmio esiguo sui costi della politica.
«Ancora una volta è la casta che si riproduce, la democrazia che si restringe e la politica che viene sottratta alla verifica degli elettori». Nel mirino, ovviamente, finisce soprattutto la legge sulle Province curata dall’ex sindaco reggiano, Graziano Del Rio, «che ha cavalcato l’onda dell’antipolitica, ha eluso la questione fondamentale, cioè che le province amministrano strade, scuole, fondi anticrisi e politiche del lavoro a livello locale, solo per dare alcuni esempi. A nessuno sono stati ancora delegati questi compiti e non è un dettaglio da poco. Le Province fino a prova contraria servono ancora». Si tratta, secondo gli oppositori, della stessa operazione «che il governo Renzi-Berlusconi sta portando avanti per il Senato: non la sua abolizione ma la sua elezione sottratta al voto popolare e consegnata alla casta, mai così forte come oggi, dato che si arriva alla faccia tosta di definire “poteri forti” i sindacati e chi si ribella a riforme che non fanno altro che cancellare diritti conquistati in un secolo di lotte». In pratica, concludono, «una vergogna, una ferita grave alla democrazia».
Adriano Arati
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