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Ebola, una speranza per la cura parte da Reggio

di Chiara Cabassa
Ebola, una speranza per la cura parte da Reggio

Giovanni Apolone, direttore scientifico Irccs: «Abbiamo raccolto con entusiasmo la sfida, ma ora serve personale»
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REGGIO EMILIA. Parte da Reggio una speranza per curare Ebola. E’ stato infatti messo a punto dall’Irccs Azienda Santa Maria Nuova, in collaborazione con l’Istituto Spallanzani di Roma, un protocollo validato dal comitato etico interaziendale presieduto dal dottor Roberto Satolli. Ora, burocrazia permettendo, si potrà partire con lo studio clinico in Sierra Leone. Ne abbiamo parlato con il dottor Giovanni Apolone, direttore scientifico dell’Irccs.

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Dottor Apolone, come nasce questo percorso virtuoso?

«Tutto parte dall’esistenza di un comitato etico interaziendale (Santa Maria Nuova e Ausl) il cui presidente è Roberto Satolli, medico cardiologo con il quale collaboro da tempo. Ebbene, Satolli è amico di Gino Strada, fondatore di Emergency che in questi giorni si trova in Sierra Leone per l’epidemia Ebola. Strada ha riferito a Satolli che un collega di Padova aveva dimostrato come un farmaco antiaritmico di uso comune in cardiologia da cinquant’anni, l’amiodarone, in vitro fosse in grado di rallentare o addirittura di impedire l’ingresso del virus nelle cellule. Ma dalla prova in vitro si deve passare prima agli animali e poi agli uomini. E sappiamo che i tempi potrebbero essere lunghissimi».

Come superare questo ostacolo?

«In caso di emergenza mondiale, e Ebola è un’emergenza mondiale, si possono prendere delle scorciatoie quando previste dall’Organizzazione mondiale della sanità e non in contrasto con il codice etico. E Gino Strada ha somministrato l’amiodarone come cura compassionevole a undici pazienti con risultati incoraggianti. Ma questi risultati ci dicono poco: ad avere giocato a favore potrebbero essere stati i protocolli molto rigorosi applicati da Emergency che prevedono per i pazienti un’idratazione per via endovena fondamentale per la sopravvivenza. Ma potrebbe anche trattarsi di un puro caso. Per questo, quando il comitato etico ci ha chiesto di dare una nostra valutazione, abbiamo accettato con entusiasmo la sfida, io come il direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani. Già da ora mi sento di dire che siamo pronti, nel caso lo studio parta, ad essere noi i coordinatori».

Appunto. Ora cosa succederà?

«In realtà sarebbe tutto pronto. E in pochi mesi potremmo sapere se la cura funziona. Ma non dimentichiamo le condizioni in cui stanno lavorando medici, infermieri e operatori in Sierra Leone. Pensiamo solo a quante migliaia di elettrocardiogrammi e di prelievi sia necessario fare. Poi pensiamo a sei posti letto sotto una tenda, con gli operatori che devono rimanere dentro scafandri che portano la temperatura fino a 60 gradi. Più di trenta minuti il medico non può lavorare in quelle condizioni. Da qui la necessità di potere contare su un numero sufficiente di medici. Anche perché Emergency sta aprendo un nuovo ospedale da 100 posti. Ma servirà personale per farlo funzionare».

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Gino Strada chiede al ministro Lorenzin di dichiarare l’emergenza in modo che i medici possano andare in Africa senza che questo debba interferire con contributi, assicurazioni, pensioni...

«Da quello che ho capito mi sembra che il problema sia rappresentato piuttosto dal Ministero degli Esteri: se non garantisce le coperture è chiaro che un direttore generale, tanto più in questo periodo di spending review, non potrà mai permettersi di mandare medici all’estero senza poterli sostituire».

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