«Offese mia madre e mi difesi dall’ex pugile»
Fuori dall’Assise l’imputato si sfoga. Le parti civili: «I testimoni raccontano un’altra storia»
REGGIO EMILIA. La ventina di testimoni da sentire individuati ieri dalla Corte d’assise – dopo un botta e risposta con accusa, difesa e parti civili – sono il primo “passo” di un processo che, in aula, promette non pochi spunti interessanti per capire nei dettagli cosa avvenne la sera del 9 settembre 2013, quando il 53enne Marco Davoli cadde a terra battendo pesantemente la testa contro il cordolo di un marciapiede, per poi morire dopo undici giorni di coma.
Per il pm Valentina Salvi – che ha coordinato le indagini della Mobile – fu un pugno sferrato dal marmista dominicano 32enne Algenis Favia, al culmine di una discussione, a far cadere Davoli, da qui l’accusa di omicidio preterintenzionale. A fine udienza il dominicano (difeso dal legale Vainer Burani) ha atteso i cronisti per replicare alle accuse: «Quella sera mi ero solo difeso, lui mi era venuto incontro e non mi era sembrato in sè. Sapendo del suo passato da pugile e per non causarmi dei danni, l’ho allontanato a mani aperte. Mi dispiace per la famiglia, ma lui aveva mancato di rispetto a mia madre e mi aveva scoppiato in faccia un preservativo». Non si fa attendere il commento dell’avvocato Giovanni Tarquini che tutela la madre del 53enne morto ed altri familiari (insieme alla collega Federica Martone) costituitisi parte civile: «Vi sono i testimoni che raccontano quanto accaduto in modo diverso, fu un’aggressione di Favia e l’autopsia ha evidenziato l’ecchimosi sotto l’occhio di Davoli da contatto violento». Si torna in aula il 3 novembre.(t.s.)
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