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Todaro: «Ecco la mia verità»

Todaro: «Ecco la mia verità»

Dopo l’interdittiva della prefettura al nipote, si dice pronto a uno sciopero

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REGGIO EMILIA. «Chiederemo il permesso per organizzare uno sciopero, con lo scopo di attirare l’attenzione pubblica». Così Raffaele Todaro, imprenditore di origine calabrese, replica all’interdittiva antimafia del vice prefetto Adriana Cogode che, il 9 ottobre, ha detto no all’iscrizione nella white list per la ricostruzione post terremoto della ditta “La Fenice”: l’impresa è intestata al nipote 19enne reggiolese, Simone Todaro. E nelle motivazioni forte peso ha proprio la parentela con lo zio.

Raffaele Todaro ci tiene a puntualizzare che con Caterina Dragone – figlia del boss ucciso dall’ndrangheta Antonio – è «legalmente e consensualmente separato dal 2010» e a breve ci sarà il divorzio. «Preciso, che il padre e i fratelli della mia ex moglie sono purtroppo deceduti da anni, sicché, inevitabilmente, non mi è possibile avere rapporti di sorta con il ceppo familiare riferibile a Caterina Dragone – evidenzia – Segnalo, che l’autorità giudiziaria, al cui giudizio sono stato a mio avviso ingiustamente sottoposto, ha escluso, con pronunce di archiviazione e di assoluzione, qualsiasi mio coinvolgimento rispetto a vicende criminose di natura mafiosa o che potessero anche solo rilevare collegamenti con ambienti mafiosi». «Fermo ciò – aggiunge – devo purtroppo constatare che la prefettura di Reggio, da anni, sembra volere ignorare tale circostanza, insistendo in teorie circa un mio presunto legame con ambienti della criminalità organizzata, smentite dal dato oggettivo rappresentato dalle decisioni della magistratura che, ribadisco, ha accertato la mia estraneità. Mi chiedo cos’altro debba fare, quale cittadino, per evitare di vedermi ancora attribuita la patente di mafioso da parte della prefettura, che credo dovrebbe anch’essa avere rispetto delle decisioni dell’autorità giudiziaria, il che ha arrecato e continua a provocare gravissimi danni a me, ai miei familiari e a chiunque osi frequentarmi. Sono sinceramente convinto che il contrasto del fenomeno mafioso sia essenziale, ma allo stesso tempo credo che in uno stato democratico un cittadino riconosciuto estraneo alla mafia abbia il sacrosanto diritto di vivere e di lavorare senza continuare a essere additato dalla prefettura».

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