"Ora questa casa non sarà più la stessa senza Lyam"
Il ricordo dell'11enne morto dopo essere caduto in bicicletta nelle toccanti parole di mamma e papà
CAMPAGNOLA EMILIA (REGGIO EMILIA). Il cielo sopra Campagnola è grigio scuro. Come gli animi dell’intera comunità, che ieri mattina si è svegliata con la tragica notizia della morte del piccolo Lyam Andres Castillo. Aveva appena 11 anni. Era una promessa del calcio e ora, per tutti, è un piccolo eroe: ha donato gli organi, che permetteranno ad altre persone di avere una vita migliore e, a qualche altro bambino, di tirare calci a un pallone o di correre spensierato sui prati. Il sindaco di Campagnola, per il giorno dei funerali, ha proclamato il lutto cittadino. I funerali non sono ancora stati fissati.
In via Primo Levi, nel quartiere nuovo alle porte di Campagnola, vicino alla stazione dei carabinieri, c’è la villetta dove vivono i genitori di Lyam, papà Andreas Castillo e mamma Catia Berni. Vivono lì da circa otto anni. La coppia si è sposata a Rio Saliceto, dove abitavano prima di trasferirsi a Campagnola. Andreas ha un altro figlio, 15enne, che vive in Spagna e che ha avuto da un suo precedente matrimonio: sta arrivando dalla penisola Iberica per dare l’ultimo saluto al suo fratellino.
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Davanti al cancello guaisce un cane lupo, quasi come se avesse percepito che le visite in quella casa non sono certamente di piacere, per un saluto o un caffè ma di solidarietà e vicinanza nei confronti di un papà, di una mamma, di un’intera famiglia straziata dal grave lutto che li ha colpiti. In casa, Catia è seduta su una poltrona, il papà in piedi con le mani tra i capelli. Seduti attorno a un tavolo ci sono altri familiari e amici tra cui la zia di Lyam che non sa darsi pace. Appena si parla del piccolo, la sua faccia è una maschera di dolore. Riesce a malapena a pronunciare poche parole prima che la voce venga soffocata dal pianto.
Anche papà Andreas fa fatica a parlare. Troppo il dolore che gli devasta l’anima. Poi mostra una foto dal suo cellulare di Lyam, felice, in una strana posa, braccia alzate e gambe aperte. Mamma Catia sembra più forte, cerca di reagire al suo dramma e tenta di esorcizzare il dolore raccontando chi era Lyam, sangue del suo sangue, che ha portato in grembo per nove mesi, per poi allevarlo, coccolarlo, farlo crescere fino a quando un atroce destino gliel’ha portato via. Lo chiamava scherzosamente “il suo piccolo neretto”. Il padre, infatti, è di origine colombiana.
«Era tornato da scuola e aveva pranzato qui con un suo amico – ha detto la mamma – Avevano fatto i compiti insieme poi sono usciti per fare un giro. Penso volessero andare a vedere una partita al campetto dell’oratorio. Per lui il calcio era tutto. Mi diceva sempre “Se non divento un bravo calciatore faccio il mister”. Gli volevano bene tutti. Lyam era un bambino molto sensibile, aveva una predisposizione per gli emarginati. Se c’era un suo amico che era da solo, lui lasciava andare gli altri e stava con lui, per una parola, un po’ di compagnia». Mamma Catia ha un sussulto: si ricorda ancora che la cameretta di Lyam è rimasta come l’aveva lasciata. Ci fa entrare, ogni oggetto ricorda il bambino: «Qui ci sono tutte le sue cose, i suoi peluches, il suo calcioballila, i suoi giochi – dice papà Andreas in lacrime – Ci sono anche le foto di quando, più piccolo, ha dato i primi calci al pallone con la maglia della Correggese». E mamma Catia aggiunge: «Aveva da poco sostenuto un provino per il Carpi. E’ stato molto impegnativo ma ce l’aveva fatta. Era contento. In questo periodo era davvero molto felice».
Sul letto di Lyam c’è un gattino tigrato grigio-rosso-nero che aveva raccolto una mattina tornando dalla trasferta di Latina: «Siamo tornati intorno alle 4 del mattino e alle 6 il gattino era già in casa – ricorda papà Andreas – L’aveva trovato in piazza e ha insistito per tenerlo. Il fatto è che a casa avevamo già un altro gatto e un cane. L’ha vinta lui, e così l’abbiamo tenuto». Anche questo era Lyam, un bimbo dal cuore grande come ricorda ancora la madre: «E’ sempre stato molto socievole e andava d’accordo con tutti. I suoi compagni della Correggese, il suo allenatore, sono distrutti». Poco dopo a casa di Lyam arriva anche un ragazzo, poco più che 18enne: «Vedete? – osserva la madre – Lyam aveva amici anche più grandi. Con il suo carattere riusciva a conquistarsi l’amicizia di tutti».
Domenica sera, poche ore dopo la scomparsa del figlio, i genitori si sono chiusi nel loro dolore e sono rimasti nella cameretta di Lyan: «Abbiamo voluto restare soli. Prima o poi questa situazione dobbiamo affrontarla. Era il nostro unico figlio e questa casa non sarà più la stessa senza di lui».
Intanto per tutta la giornata di ieri, l’abitazione di via Levi è stata meta di un vero e proprio pellegrinaggio da parte di amici, compagni di scuola accompagnati dai genitori, semplici conoscenti. Difficile per tutti trattenere le lacrime. Anche per chi sta cercando di fare il proprio lavoro di cronista.
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