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Tanta commozione per il rientro del fante

Tanta commozione per il rientro del fante

Villa Minozzo: il sindaco ricorda gli ultimi giorni di vita di Primo Bianchi, catturato insieme al padre

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VILLA MINOZZO. Tante persone, commozione ed occhi lucidi, nel ripercorrere eventi di 70 anni fa, ma che rispetto al presente odierno, pur con qualche difficoltà legata alla crisi economica, sembrano lontane di secoli per le sofferenze, i soprusi e le angherie patite da chi ne è stato protagonista. E’ stato un abbraccio ideale ma chiaramente avvertibile, non solo da parte dei parenti ma di tutta la comunità, la cerimonia organizzata in occasione del rientro a Villa Minozzo dei resti di Primo Bianchi, nato qui il 10 dicembre 1924, partito per la guerra come soldato nell’ottavo Reggimento Fanteria, catturato dalle truppe naziste, a Reggio mentre stava cercando di rientrare a casa, l’8 settembre del 1943 dopo l’armistizio, internato nello stalag XI-B, che si trovava in prossimità della città di Fallingbostel, e qui morto il 7 luglio 1944.

La cerimonia era organizzata dal Comune in collaborazione con le associazioni partigiane e Istoreco, e ha visto gli interventi a ricordo del soldato Bianchi da parte del primo cittadino Luigi Fiocchi, del presidente provinciale Alpi Danilo Morini, del nipote di Primo, Nicola Nardomarino, che ha curato il rientro partendo dalle informazioni recuperate attraverso il progetto “Dimenticati di Stato”, teso proprio a favorire il rimpatrio dei soldati italiani caduti e sepolti all’estero (dal cimitero di Fallingbostel Bianchi era stato poi traslato al Cimitero d’onore italiano ad Amburgo).

Erano presenti anche il fratello di Primo, Giovanni, la sorella Clarice e altri nipoti. Morini, amico di famiglia di Bianchi, ha ricordato altri cittadini villaminozzesi deportati che hanno avuto la fortuna di ritornare. Il sindaco Fiocchi, il cui padre era stato compagno di prigionia di Bianchi, per poi riuscire a tornare, ha raccontato: «Erano stati catturati insieme a Reggio, poi entrambi sono stati sottoposti a fortissime pressioni per tornare e arruolarsi nella Rsi, ma come molti altri soldati arrestati, si rifiutarono».

«Mio padre – ha proseguito Fiocchi – mi ha raccontato alcune cose di quel periodo, ma a fatica. Il viaggio verso il Lager fu atroce: 40 uomini chiusi in un carro bestiame, solo un mucchio di paglia per fare tutti i bisogni, giorni al freddo senza mangiare, tanto che quando c’erano delle soste e aprivano i portelli in tanti si gettavano a mangiare le foglie delle siepi a lato della ferrovia. Primo era molto giovane, ancora poco resistente alla fame, al freddo, e alle percosse che arrivavano nel lager, dove furono messi a lavorare in fabbriche di carbone. Venivano costantemente picchiati. Un giorno si ammalò e poi gli altri non lo videro più. Mio padre quando è tornato pesava 45 chili». (l.t.)

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