Gazzetta di Reggio

Reggio

«Non sei musulmana» Picchiata da 3 ragazze

di Luca Tondelli
«Non sei musulmana» Picchiata da 3 ragazze

Una 19enne italo-marocchina di Casina aggredita al terminal dei bus La famiglia, impegnata in progetti sociali, presenta denuncia ai carabinieri

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CASTELNOVO MONTI. “Non sei una vera marocchina, non sei una vera musulmana”. E’ cominciato così, con offese ed ingiurie, pur fastidiose ma innocue, un episodio che però, giovedì scorso a Castelnovo, è sfociato in una vera aggressione, ai danni di Aurora Belhamra, una studentessa 19enne di Casina che frequenta le scuole superiori nel capoluogo montano.

A raccontare quanto avvenuto è Monja Beneventi, la madre di Aurora che, a seguito di quanto avvenuto, si è poi recata alla stazione dei carabinieri di Castelnovo per sporgere denuncia verso tre ragazze tra i 16 ed i 18 anni, che hanno malmenato sua figlia.

«Già l’anno scorso – racconta Monja – una di queste tre ragazze aveva fatto le prime battute sul fatto che Aurora non fosse una vera marocchina, che non fosse abbastanza musulmana, perché benché mio marito Kalil sia marocchino, io sono italiana, e i nostri figli sono a tutti gli effetti italo marocchini, quindi si sentono a pieno titolo sia italiani che marocchini. Le avevamo considerate solo frecciate senza seguito. La settimana scorsa – continua il racconto della mamma – la situazione ha iniziato a prendere una piega diversa: lunedì stavano tornando da scuola sull’autobus e questo gruppetto di ragazze ha iniziato a proferire altre offese. Poi si è arrivati a grida vere e proprie, e qualche spintone, quando l’autobus era quasi a Casina. Allora Aurora ha deciso di scendere un po’ più lontano da casa del solito».

Arrivata a casa, visibilmente scossa, la ragazza ha chiesto alla madre cosa fare: «Io le ho detto di lasciar perdere, forse ho preso la cosa un po’ sottogamba. Martedì di nuovo alla fermata dell’autobus le tre le hanno urlato di scendere per regolare i conti, ma lei ovviamente non lo ha fatto, e le ho consigliato nuovamente di non reagire. Giovedì era già sull’autobus, quando una ragazza che non faceva parte di questo solito gruppetto le ha chiesto di scendere dall’autobus perché aveva bisogno di aiuto per una cosa. Lei è scesa ed è stata circondata dalle tre che hanno iniziato a picchiarla: le hanno strappato i capelli, le hanno dato dei colpi con le borse sulla faccia, l’hanno bersagliata di sputi e calci, tanto che poi si è dovuta rivolgere al pronto soccorso, dove l’ho raggiunta poco dopo».

Una aggressione avvenuta al terminal degli autobus scolastici, in via Matilde di Canossa, all’orario di uscita dalle scuole, quindi in una zona piena di gente.

«E’ forse la cosa che mi ha fatto più male – prosegue Monja – c’èra pieno di gente, e inizialmente nessuno è intervenuto. L’unico che ad un certo punto è riuscito a fermare il pestaggio, è stato un signore di colore». Aurora ha rimediato diversi traumi ed escoriazioni.

Dopo che la ragazza è stata curata, in famiglia hanno pensato sul da farsi, se sporgere denuncia o meno, e alla fine hanno deciso di agire, rivolgendosi ai carabinieri e presentando una denuncia per ingiurie, minacce e lesioni personali, «anche perché – prosegue la madre della ragazza – sui social network una di queste tre ragazze ha scritto dei messaggi in cui, raccontando tra risate e battute quello che era avvenuto, minacciava ancora mia figlia, e tirava in ballo anche mio marito e me. Hanno scritto in marocchino, ma ovviamente mio marito lo capisce benissimo e abbiamo consegnato tutto ai Carabinieri».

Monja ha quindi deciso di rivolgersi anche alla Gazzetta per questo motivo, ma anche per un altro: «Ci sono amici di mia figlia che, esprimendole vicinanza, hanno fatto dei discorsi del tipo “questi marocchini andrebbero rimandati tutti a casa”, non rendendosi conto che in questo modo non la aiutano, anzi. Noi siamo contro il razzismo, da qualunque parte arrivi. Sappiamo che i matrimoni misti (come quello tra me e mio marito) danno fastidio a tanti, ma la nostra posizione non è mai cambiata: chi compie gesti sbagliati, come questo, non va giudicato per la nazionalità o la religione, ma solo come persona che ha fatto qualcosa di molto brutto».

La famiglia di Kalil e Monja da anni, tra l’altro, è impegnata in progetti sociali, nel paese di residenza della famiglia, Casina - ma non solo - incentrati soprattutto sul dialogo e la ricerca dell’integrazione, specialmente tra i giovani.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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