Batosta per Unindustria deve 3,5 milioni a Confapi
La sigla delle Pmi torna in città dopo la diaspora degli iscritti passati a via Toschi Un arbitrato sulla contesa degli immobili dà torto agli industriali: via al ricorso
REGGIO EMILIA. Da ieri la Confapi - sigla sindacale dei piccoli e medi imprenditori - è tornata in città. I vertici dell’associazione di categoria hanno inaugurato la nuova sede a Pieve Modolena, per la quale pagano un affitto. Fatto normale, quest’ultimo, se non fosse che la sigla, in realtà, vanta pretese su alcuni immobili a Reggio inseriti nel suo patrimonio, ma che sono passati a Unindustria, associazione nata proprio dalla fusione del 2012 tra gli industriali di via Toschi e circa 300 ex associati di Confapi capeggiati dall’ex presidente Cristina Carbognani. Dopo aver tagliato in due la tessera dell’associazione della piccola industria, i neo iscritti a Unindustria hanno portato in dote l’ex sede di Confapi e altre pertinenze minori, scatenando una battaglia a suon di carte bollate, sulla quale è giunto un primo giudizio che ha visto soccombere gli industriali. L’arbitrato aperto sul caso si è concluso con la richiesta di pagamento da parte di Unindustria di ben 3,5 milioni di euro per compensare gli immobili passati nel suo patrimonio. Oltre a questi, secondo i tre giudici che hanno emesso sentenza unanime, via Toschi dovrà risarcire le spese e gli interessi, che valgono altri 200 mila euro. Una batosta per Unindustria, che non si aspettava forse un giudizio così severo. Per evitare o quantomeno ridurre l’esborso, la sigla presieduta da Mauro Severi - che ha da poco sostituito Stefano Landi, artefice del matrimonio con la fronda Confapi uscita insieme a Carbognani - ha chiesto una sospensiva al tribunale ordinario. Il giudice dovrà pronunciarsi sul caso tenendo conto della stima degli immobili, della sentenza dell’arbitrato e dello statuto di Confapi, sul quale hanno fatto perno gli avvocati usciti vincitori dalla contesa. Come previsto dall'articolo 29 dello statuto della Confapi di Reggio, in caso di fusione il patrimonio doveva essere devoluto a Confapi nazionale, con l'obbligo di utilizzarlo poi per costituire una nuova associazione sul territorio. Un regolamento cambiato in extremis prima della fusione con Unindustria.
«Oggi siamo qui per rivendicare con orgoglio il diritto delle piccole e medie imprese ad essere degnamente rappresentate - ha dichiarato ieri, dopo il taglio del nastro, il presidente nazionale Confapi Maurizio Casasco, che due anni fa diede inizio alla “guerra” legale contro Carbognani e gli industriali - Funzione che non può certo esercitare chi nella propria mission ha la tutela e la rappresentanza della grande industria. Una grande industria che in realtà è sempre più industria pubblica, da Ferrovie dello Stato a Enel. Era doveroso per me oggi essere qui, perché questo è un territorio che merita la presenza di Confapi, che oltretutto a Reggio aveva una tradizione e una storia gloriosa il cui finale vergognoso merita di essere riscritto. Oggi non sia qui per ricostituire, ma per iniziare un nuovo percorso. Non vogliamo metterci in competizione con nessuno, ma rivendicare il nostro diritto ad esserci. Chi vorrà andare in Confindustria andrà in Confindustria. Ma, e mi rivolgo soprattutto alle piccole e medie imprese, chi vuole avere una rappresentanza specifica e non generalista sappia che noi ci siamo».
«Oggi si riparte - ha detto il presidente regionale Piermaria Mantelli - E lo facciamo dopo aver ripulito l'associazione da un punto di vista etico. Ci ripresentiamo con un bilancio sano e i conti in ordine. Gli immobili acquistati negli anni grazie al sudore e ai sacrifici dei nostri associati sono confluiti con un colpo di mano in Assindustria».
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