Gazzetta di Reggio

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«In piazza dopo la bomba per garantire la sicurezza»

di Andrea Mastrangelo
«In piazza dopo la bomba per garantire la sicurezza»

Il correggese Claudio Franzoni fu inviato a Brescia come servizio d’ordine del Pci Domani si conclude l’omaggio di Reggio alle otto vittime della Loggia

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REGGIO EMILIA. Domenica pomeriggio si conclude sul palco del Valli l’omaggio di Reggio Emilia alle vittime della strage fascista di piazza della Loggia, a 40 anni da quella mattina in cui a Brescia otto persone persero la vita durante una mobilitazione sindacale per colpa di una bomba collocata in un cestino dei rifiuti sotto il portico. Pioveva e la bomba ebbe un effetto ancora più dirompente perché la folla si accalcava proprio sotto i portici per ripararsi. A cinque anni da piazza Fontana, l’Italia ripiombava nell’incubo stragista senza che lo Stato desse il minimo segno di sapere, e di volere, reagire.

Perché non si perda la memoria di quegli otto morti, i teatri di Reggio hanno partecipato alla produzione di un’opera lirica, “Il sogno di una cosa”, che dopo la prima rappresentazione di venerdì sera verrà replicata domenica pomeriggio.

Quelle ore convulse, in cui la pietà si mescolava alla rabbia, restano indelebili nella memoria di molti reggiani che quarant’anni fa ebbero modo di vedere con i propri occhi l’orrore provocato dalla bomba di Brescia e di avvertire sulla pelle il senso di repulsione causato dalla morte di quegli innocenti. Uno di quei reggiani è Claudio Franzoni, una vita da militante passata nella sinistra e oggi presidente del patronato Epasa, l’ente che si occupa dei pensionati della Cna.Franzoni, correggese, ripensando a quei giorni ha scritto un messaggio sulla pagina Facebook dei teatri: «Andammo a fare il servizio d'ordine io Balmamion (Folloni) e Ruggero Riccò. Tanta tristezza, rabbia e tanta voglia di reagire in quella piazza dignitosamente silenziosa ma pronta a fischiare le autorità che tollerarono le scorribande neofasciste. Poi il ritardo spaventoso dell'arrivo del Presidente della Repubblica e la rabbia che di nuovo montava forte».

Franzoni, perché lei e i suoi concittadini di Correggio vi trovaste a Brescia?

«Non certo per caso. A quell’epoca facevamo parte di quello che veniva chiamato il servizio di vigilanza del Pci, un gruppo di persone con la testa sulle spalle che venivano inviate a garantire la sicurezza quando si verificavano situazioni di emergenza o quando c’era bisogno di prevenzione».

Era la sua prima esperienza in avvenimenti del genere?

«Assolutamente no, noi di Reggio eravamo già intervenuti dopo la bomba di piazza Fontana, nel 1969, e in occasione della morte di Feltrinelli. Ci furono poi anche occasioni successive, anche avvenimenti belli, come la visita di Berlinguer a Reggio nel 1983 per la festa nazionale dell’Unità».

Quale fu esattamente l’incarico che vi venne assegnato?

«Dovevamo garantire la sicurezza nelle fasi successive alla strage. Il clima a Brescia era arroventato già prima della bomba. Erano due o tre mesi che i fascisti colpivano in città, praticamente tutte le sere c’era qualche squadra che usciva per Brescia e andava a fare danni da qualche parte o a picchiare qualcuno. Senza contare che alcuni giorni prima della strage ci fu un giovane che morì saltando in aria con la bomba che portava sotto la sella del motorino. La gente era esasperata. Per questo trovammo una situazione rovente, tutti avevano i nervi a fior di pelle».

Quanto tempo passò dalla strage al vostro arrivo?

«Molto poco, arrivammo quando ancora Piazza della Loggia non era stata perfettamente pulita dal sangue e si vedevano benissimo le conseguenze dell’attentato. Il nostro lavoro fu soprattutto garantire l’ordine pubblico in occasione del funerale, che si svolse il 31 maggio (la strage fu commessa il 28, ndr) sempre in piazza della Loggia».

Come vi muoveste in quell’occasione?

«Soprattutto presidiando tutte le vie circostanti alla piazza per evitare che vi fossero incidenti o provocazioni. Eravamo a disposizione della federazione locale del Pci e agimmo in maniera responsabile, anche se non era facile».

Quale fu l’accoglienza che trovaste in piazza?

«E’ difficile da spiegare. Quel giorno ci fu anche chi ci diede dei fascisti, a noi».

E perchè?

«Per colpa del ritardo impressionante con cui arrivò il presidente della Repubblica, Giovanni Leone. Era in elicottero e atterrò in città quando la piazza era già strapiena, mancava solo lui. La folla fremeva, urlava, non ne poteva più di quella situazione anche perché le proteste erano rivolte proprio contro lo Stato. Alla fine mi sentii dare del fascista da parte dei dipendenti comunali (il municipio di Brescia è in piazza della Loggia, ndr), perché ero uno di quelli che mantenevano l’ordine. Mai nella mia vita avrei immaginato di sentirmi dire che sono un fascista».

Oltre a voi, chi altri partì da Reggio verso Brescia?

«Sicuramente ci fu il servizio d’ordine della Cgil, anche perché la bomba scoppiò durante una manifestazione sindacale unitaria. Si voleva che a Brescia in quelle ore fosse presente una rappresentanza importante di tutta la sinistra. La solidarietà doveva essere ben chiara, e manifestata non solo a parole».

Chi si preoccupò di darvi un alloggio e qualcosa da mangiare?

«Non ci fu bisogno di niente. Per tutto il tempo passato a Brescia non abbiamo avuto il tempo di dormire nemmeno per un’ora, D’altra parte eravamo sempre stati abituati a lavorare in quel modo. Fino a quando l’emergenza non era terminata non si dormiva. Quando venne Berlinguer a Reggio rimasi all’Astoria a occuparmi della sua sicurezza per tre giorni, senza dormire un attimo».

A casa sua non c’era preoccupazione sapendola in un luogo potenzialmente a rischio?

«Il mio lavoro di funzionario del Partito comunista comportava anche impegni di questo tipo. Per fortuna mia moglie aveva ben presente il valore di quello che facevo e quindi non protestava quando arrivava la chiamata ed ero costretto a partire all’improvviso».

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